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“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, Voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un si o per un no. […] Meditate che questo è stato” .
Con queste parole termina 'La tregua', film di Francesco Rosi basato sul libro omonimo di Primo Levi, un testo rapsodico e frammentario con pochi dialoghi e caratterizzato da una scrittura precisa, concreta, sostenuta da riflessioni di alta tenuta morale, in continua oscillazione tra luce e tenebra, allegria e gravità. Difficile da trasferire in immagine.
Queste parole che accompagnano il primo piano di John Turturro nell’ultima inquadratura del film sono l’incipit dell’altro libro di Primo Levi,"Se questo è un uomo", la testimonianza del chimico ebreo torinese degli orrori e della quotidianità nel lager di Auschwitz.
'La tregua' racconta la liberazione del campo di concentramento da parte dell’esercito sovietico a cui seguì il labirintico viaggio di ritorno a casa del protagonista assieme a un gruppo di sopravvissuti attraverso mezza Europa, ma prima di tutto è il tentativo di ritorno alla vita, e quindi alla normalità, che nel film si accende qua e là come un lampo improvviso, un attimo sospeso tra la tragedia appena passata e un futuro ancora incerto.
Il percorso che Primo Levi e i sopravvissuti affrontano è verso la riappropriazione di quella libertà e ancor più della dignità che l’esperienza nel campo di concentramento hanno definitivamente annullato.
Il film comincia con un’immagine dal significato profetico: la Germania sta perdendo la guerra ed è costretta a smantellare i lager, non prima di aver eliminato tutte le prove della loro esistenza. I cancelli di Auschwitz si aprono, i prigionieri sono liberi, ma per qualche istante restano tutti inebetiti, incapaci di superare quella soglia e di riappropriarsi della propria vita.
Molti di loro continueranno a vagare per territori sconosciuti, qualcuno pur ritornando a casa non potrà più dimenticare. Essendo stati privati dell'anima, come dice il protagonista in una scena del film, quello che resta è solo odio e abbrutimento. La visione di Rosi unisce pietà e ironia, i personaggi si muovono tra tragedia e grottesco, restituendo intatto lo spirito del libro: la necessità, cioè, di mantenere viva la memoria, perché come dice un sopravvissuto a Primo Levi, forse lo scrittore non è morto perchè doveva testimoniare al mondo quello che la follia umana è stata in grado di compiere.
La rassegna su Francesco Rosi, organizzata dalla Cineteca Nazionale in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino e il Centro Sperimentale di Cinematografia, è un'ottima occasione per riscoprire le opere di uno dei maestri indiscussi della settima arte, uno di quegli autori che hanno contribuito a far scoprire nel mondo la grandezza del cinema italiano.
Attivo come regista da oltre cinquant'anni (il suo esordio è del 1957 con La sfida), nella sua carriera Rosi ha realizzato numerosi, autentici capolavori - da "I magliari", "Salvatore Giuliano", "Le mani sulla città" a "Il caso Mattei", "Lucky Luciano", "Cadaveri eccellenti", solo per citare i più celebri - imponendosi come simbolo del cinema civile, di inchiesta e di denuncia.
Riguardano i capolavori di Rosi ci accorgiamo di come il suo cinema sia ancora modernissimo e drammaticamente attuale e alla luce di quanto oggi ci circonda rivela anche tutto il suo valore tristemente profetico.
Per il programma completo: www.cinetecamilano.it
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