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"Sul lago Tahoe" di Fernando Eimbcke

02/02/2009 - 09:12

"Pochi mesi dopo la morte di mio padre ho fracassato l'unica macchina che avevamo in famiglia. E non ero d'accordo con il pensiero di mia madre che era stato un semplice incidente. Lake Tahoe è il tentativo di comprendere le ragioni che mi hanno spinto a commettere un tale atto, un assurdo e profondo atto umano". (Fernando Eimbcke)

Sedici anni sono troppo pochi per guardare in faccia la morte.

Juan non ha più il padre e la perdita è troppo dura da affrontare. Fugge per quasi tutto il film, un’evasione dalla realtà, da un dolore e da una sofferenza che non trova giustificazione nel mondo adolescenziale: la madre è chiusa in bagno a piangere, il fratellino ha bisogno del suo aiuto per crescere e lui deve diventare uomo più in fretta, mentre sullo sfondo, il sonnecchioso e assolato villaggio messicano dove vive, sembra inconsapevole della sua rabbia e disperazione.

All’inizio del film, però, noi spettatori non conosciamo il dramma di Juan.

Quello che gli accade, di primo acchito, può sembrare banale: ruba la macchina della madre ma si schianta contro un palo in una strada isolatissima dei dintorni. Illeso, inizia a peregrinare alla ricerca di un aiuto per far ripartire la macchina, un viaggio lungo e surreale tra le officine meccaniche del villaggio fantasma, un percorso che ha il sapore di una moderna odissea cittadina alla ricerca di sé e di una nuova sicurezza, in cui Juan incontrerà l’umanità più disparata e bizzarra.

C’è Don Heber, l’anziano meccanico che vive con il fedelissimo cane Sica (omaggio al grande Vittorio), Lucia, ragazza madre appassionata di musica punk, David, strampalato apprendista meccanico con la passione per il kung-fu che finalmente riesce a risolvere il guasto.

Nel frattempo Juan si confronta con la vita di queste persone, riceve e dà aiuto, conforto, amicizia e amore; tra momenti buffi e riflessioni serie, conquista le tappe di un percorso formativo raccontato dal giovane regista Fernando Eimbcke con grande delicatezza e grazia.

La colonna sonora dell’elaborazione del lutto di Juan è il silenzio: la sua avventura è accompagnata da pochi e semplici dialoghi, interrotti solo dal suono delle cicale. La forza delle immagini è accentuata dall’uso continuo della camera fissa che sembra dilatare enormemente il tempo della narrazione.

Le assurde esperienze vissute da Juan nel corso della giornata lo aiutano a capire e accettare la morte come un evento naturale.

Ricominciare dopo la morte del padre è ora possibile, assumendo un nuovo ruolo all’interno della famiglia, sostituendosi al padre che non c’è più: Juan comprende che solo questa è la soluzione per colmare la perdita, alleviare la propria sofferenza e quella degli altri.

Il ragazzo si è trasformato in un giovane uomo.

Ora anche la macchina può ripartire.

Regia: Fernando Eimbcke
Sceneggiatura: Fernando Eimbcke, Paula Markovitch
Fotografia: Alexis Zabe
Cast: Diego Cataño, Héctor Herrera, Daniela Valentine, Juan Carlos Lara, Yemil Sefami
Nazionalità: Messico, 2008
Durata: 85'

Autore: Elena Rimessi
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