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Un rock romantico ed estatico, attraversato da una straordinaria forza visuale, in cui le canzoni sembrano galleggiare in uno stato di iniziale sospensione, tra arpeggi, riverberi ed echi, spirali concentriche che man mano si allargano, agitando stagnazione plumbee, rimescolando le tenebre dei fondali e lame di luce a pelo d’acqua.
La musica degli svedesi Jeniferever si potrebbe descrivere con la più semplice delle addizioni. I Cure, per l’impostazione del cantato. Le band shoegazer, per il continuo creare rifrazioni tra le 2 chitarre, fino a farle convergere e infine scontrare, in deflagrazioni che hanno la forza evocativa di una tempesta vista dal mare. I Mogwai, per i “pieni” sonori, quella capacità di creare crescendo inarrestabili, irrorati da tastiere in slow motion.
Li aveva scoperti e valorizzati una label nostrana, la lombarda Midfinger, pubblicando nel 2006 “Choose a bright morning”. Loro però sono di Uppsala, la città svedese di Ingmar Bergman, che oggi si cita per lo più quando si parla di biotecnologie.
Lungi dallo scadere nel cliché della band nordica, i Jeniferever hanno comunque un’attitudine cinematica, che li porta a rallentare il melodico delle loro canzoni, a renderlo meno intellegibile con il ricorso a strutture reiterate e però cangianti, che sembrano procedere in slow motion, e poi “strappano” verso squarci alla Explosions in the sky.
La possibilità di stratificare il suono di 3 chitarre elettriche costituisce la cifra della mobilità emotiva del loro blend sonoro.
Uno stile che trova la sua esplicazione più efficace nella dimensione del live, dove i pezzi diventano ancor più dilatati, e le chitarre possono frangersi l’una contro l’altra, oppure scegliere quella dimensione ovattata, di piccoli miracoli di eleganza che scorrono quasi sottotraccia, che impreziosisce le pagine più belle di un album, che costituisce a oggi una delle sorprese di questo inizio anno.
Ad aprile e maggio i Jeniferever intraprenderanno un lungo tour europeo, che dovrebbe portarli anche alle nostre latitudini.
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