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Chi abbia avuto modo di ascoltare “Divenire”, l’album che Ludovico Einaudi aveva composto e arrangiato insieme al musicista tedesco Robert Lippock, ritroverà dietro il moniker Whitetree questi stessi 2 artisti, a cui si aggiunge il fratello di Lippock, Ronald.
Da tempo Einaudi ha concentrato la propria ricerca sull’interazione tra frasi melodiche minimali e reiterate, simili a quelle di un Michael Nyman o di Wim Mertens, e l’elemento “perturbante” costituito dall’apporto di altri strumenti, siano essi la kora della tradizione africana o i sampler dei suoi 2 compagni d’avventura tedeschi.
Robert e Ronald Lippock appartengono alla generazione di formazioni elettroniche emerse in Germania all’inizio di questo decennio, per cui si spese la definizione di glitch music: in realtà poco più di un contenitore in cui vennero fatti confluire lo stile nervoso e psichedelico dei Lali Puna, il tiropost-rock dei Notwist e 2 entità segnate entrambe dall’ascendenza dei Kraftwerk, i maestosi, cinematica Tarwater, e i più cupi ed esistenzialisti To Rococo Rot.
Sono queste 2 band ad aver fatto conoscere il nome dei fratelli Lippock, la cui musica è sempre parsa tanto elegante dal punto di vista formale quanto reticente e incomunicante dal punto di vista melodico.
Ecco dunque che la collaborazione con Einaudi sembra proprio nascere con la volontà di far confluire e, perché no, configgere sottilmente 2 cifre radicalmente differenti, e che però riescono a fondersi in un lavoro che conserva indubbiamente un marcato imprinting ambientale, come se si trattasse di musica concepita per supportare immagini, arredare ambienti o interagire con installazione multimediale.
“Discrete music”, l’aveva definita qualche lustro fa Brian Eno, mutuando da Eric Satie l’idea di una musica che “sapesse mescolarsi al rumore delle forchette”.
È in un certo senso il carattere di mancato avvenimento, questa rinuncia a lasciare un segno marcato, scegliendo invece la strada dell’esercizio a confondersi con le cose circostanti, che fa di “Cloudland”, primo lavoro dei Whitetree, un album in cui le tensioni restano sempre a un passo dall’esplicitarsi nello sviluppo dei singoli brani.
Proprio in questa cifra morbidamente estatica, di chi si fermi a guardare le cose con ineffabile distacco, sensibile più ai piccoli moti dell’anima che alle grandi passioni, sta la misura di questo strano interplay tra fraseggi di piano, gabbie ritmiche sintetiche, iridescenti strutture digitali, spazzole su batterie acustiche, suoni di sintetizzatore come gocce di pioggia acida, bleep e ronzii.
Un disco per certi versi kafkiano, in cui non accade quasi niente, ma si è sempre sul punto di pensare che qualcosa stia per succedere.
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