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Glasgow, probabilmente il centro urbano del Regno Unito che negli ultimi anni ha dato di più alla causa dell’indie rock, torna a sfornare una grande band, le cui potenzialità commerciali sono però tali da aver prodotto il contratto con una major quale la Sony/Bmg, e a far immaginare un futuro nelle alte posizioni delle charts.
I Glasvegas, guidati da James Allan, rimandano già dal nome a un’improbabile commistione tra le brume della città scozzese e il mondo luccicante (evocato anche dall’assonanza con la parola glass) di Las Vegas. E non è forse un caso che uno dei possibili riferimenti per questo combo, il cui debutto è stato affidato in produzione a Rich Costey, siano proprio i Killers, la synth-rock band proveniente dalla capitale statunitense del gioco d’azzardo.
Ma c’è anche qualcosa di irresistibilmente “british” nella musica dei Glasvegas: l’abitudine a costruire le proprie hit su scultorei giri di basso, il wall of sound delle chitarre, che fa il verso alle grandi band dell’epoca shoegazer, il distacco della voce, e l’idea di mescolare melodia e rumore, che fa di un brano come “It’s my own cheating heart that makes men cry” già un piccolo/grande classico, capace di intrecciare Oasis, Inspiral Carpets, My Bloody Valentine.
Dopo un’ondata di gruppi più portati al pure entertainment, a partire dai Babyshambles, o più semplicemente ancorati a un tipo di songwriting più spartano e dimesso, a partire dagli Arctic Monkeys, ora i magazine che in terra d’Albione sono perennemente alla ricerca della “next big thing” hanno finalmente tra le mani una formazione dal fortissimo impatto emozionale. E c’è da scommettere che qualcuno proverà a farli a pezzi.
La capacità di partire dai ritornelli basic, che affondano le radici nel rock’n’roll anni '50 da un lato e nella wave romantica della seconda metà degli anni '80 dall’altro, e di rivestirli di white noise chitarristico ha già innescato accuse di inconsistenza stilistica.
In realtà i Glasvegas possono riuscire nel miracolo di saldare il pubblico dei vecchi gruppi della Creation con la emo generation. Non a caso una vecchia volpe come Alan McGee li ha definiti come "La cosa più emozionante che ho sentito da Jesus and Mary Chain”.
Da parte nostra ci limitiamo a dire che James Allan ci ricorda il Bobbie Gillespie dei primi Primal Scream. Sono passati 27 anni. Il mondo era un altro, e probabilmente anche Glasgow in qualche modo è cambiata. Ma a sentire certi chorus, il passo della batteria, le esplosioni di feedback, i ritornelli a presa rapida, sembra che il tempo si sia magicamente fermato.
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