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Chi crede ancora che l’atmosfera lacustre abbia un potere catatonico e vagamente depressivo, dovrebbe cambiare idea definitivamente, alla luce della straordinaria prolificità di Andrea Vitali.
Lo scrittore-medico bellanese ha infatti appena pubblicato “Almeno il cappello”, un romanzo che giunge a pochissimi mesi dall’uscita di “Dopo lunga e penosa malattia”, che era andato alle stampe a fine 2008, annata contraddistinta per Vitali anche dal successo de “La modista”.
Queste ultime opere vanno ad arricchire una produzione che in questo decennio ha già fatto segnare parecchi best sellers, tra cui ci piace ricordare, sulla base del nostro gusto di lettori, “Olive Comprese” (2006) e i più datati “Una finestra vista lago” (2003) e “L’aria del lago” (2001).
Le storie di Vitali hanno tutte un’identica cornice: il paese di Bellano, posto sulla sponda orientale del Lago di Como. Un borgo che negli ultimi anni è stato aggredito, come molte località del Lario, da una crescita edilizia legata al turismo delle seconde case. Per ritrovare un'atmosfera congeniale alle storie che ama raccontare, Vitali ricolloca dunque le proprie narrazioni all’epoca del fascismo. Quando ancora Bellano era raccolta nelle vie del centro storico, con la loro atmosfera inconfondibile, a metà tra fascino rustico e trasandatezza.
È qui che va in scena una commedia umana che ogni volta Vitali sa rinnovare, pur lavorando sempre sui medesimi elementi. La capacità di fissare un carattere, un personaggio, con pochissime frasi, descrizioni di una riga e poco più, che però risultano vivide quanto i ritratti del suo conterraneo Giancarlo Vitali (niente parentele, però); la sapienza nella costruzione di intrecci che a un certo punto sembrano immancabilmente inestricabili, e che però Vitali riesce a districare con la stessa abilità applicata nel costruirli; e infine la scrittura, quei capitoli brevi, animati di una prosa asciutta, senza sbavature, e che è invero il tratto più “lacustre” di tutti, la capacità di essere “cantastorie laconico”.
Un apparente ossimoro, che si sostanzia però nel piacere sottile di osservare e ascoltare con passione le piccole cose che colorano giornate che a occhi distratti potrebbero sembrare sempre uguali, e che invece la bizzarria dei compaesani rendono ogni volta diverse.
Anche stavolta, dunque, ci immaginiamo Vitali ascoltare le storie dei passanti e i propri pensieri su di una panchina, e poi architettare una vicenda che stavolta è incentrata sull’avventura del glorioso Corpo Musicale Bellanese, che il ragionier Onorato Germinazzi riesce a forgiare dalla scalcagnata fanfara guidata dal maestro Zaccaria Vergottini, mettendo in luce il talento del virtuoso locale del bombardino, Lindo Nasazzi, fresco vedovo alle prese con la seconda moglie, la giovane e manesca Noemi. Furbizie, ripicche, pettegolezzi, amori sfilano ancora una volta, contribuendo ad animare una storia piacevolmente strapaesana, che si legge d’un fiato, a ritmo di valzer e mazurca.
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