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Ciao Angelo, partiamo dal concerto di stasera. Cos’hai in programma per i
tuoi fan?
Il programma di stasera punta sui brani più conosciuti del mio repertorio,
ce n’è quindi per tutti i gusti. Ci saranno anche canzoni che mi chiedono
spesso, ma che talvolta non faccio, come “Alla fiera dell’est”. Sarà un
concerto equilibrato, con momenti malinconici ed altri più aggressivi.
Potremmo definirlo un ritratto tutto tondo della mia carriera, tenuto conto
che, come diceva Vittorio Gassman, ho un grande avvenire alle spalle.
Quando inizia la tua carriera?
Ho iniziato come "turnista" (session man) a 18 anni. Oggi ne ho 59, vedi tu.
Tralasciando i dieci anni di conservatorio. Avevo 5 anni quando ho
preso le prime lezioni di musica.
Quanti musicisti ti accompagneranno stasera sul palco?
Siamo un quintetto. Tutti polistrumentisti. La scelta è "oculata" per poter
dare maggiore dinamicità ai suoni.
E tu cosa suonerai?
Nella prima parte, diciamo quella principale dello spettacolo, suonerò il
violino, il mio strumento d’elezione. Poi farò dei pezzi con la chitarra
classica.
Niente strumenti 'antichi'?
Quelli li utilizzo quando propongo concerti di musica classica,
rinascimentale. Oggi, quindi, non sono previsti.
Prima di arrivare a Milano hai suonato a Bologna e a Roma...
In realtà non erano dei veri concerti, ma degli show case per presentare il
nuovo singolo "La Tempesta". L’ultimo vero concerto l’ho tenuto a Magonza,
in Germania.
È vero che a Roma hai incontrato il Papa?
Certamente. Ero, però, con altri 260 artisti provenienti da tutto il mondo.
Si sentiva male, la voce rimbombava ed era difficile seguirlo. Comunque il
Santo Padre ha parlato di trascendenza e della spiritualità dell’arte,
alludendo a una scintilla divina che contraddistingue gli artisti, non
sempre favorevole, che dà grandi estasi ma anche grandi tormenti. Ne parlerò
anch’io stasera.
Ti piace questo Papa?
Mi piace perché è un uomo mite, non è un Papa rock. È un uomo timido e
schivo, un grande intellettuale, un filosofo.
Il 2009 è stato per Branduardi un anno ricco. Due i momenti 'clou': l'album "Senza Spina" e "Futuro Antico VI". "Senza spina", in particolare, è il risultato di un concerto acustico effettuato nel 1986 con l'aggiunta di tre inediti. Da chi è nata l'idea di ridare vita a un live risalente a venti anni fa?
All’ingegnere del suono, Franco Finetti, un 'mito', che ha per caso ritrovato
nei suoi archivi 2 cassette risalenti a oltre venti anni fa. Era infatti
il 1986 - anni prima della moda dei concerti ‘unplugged’- quando decidemmo
di realizzare uno spettacolo completamente "acustico", portandolo in giro per
l’Europa e per il mondo, nell’arco di tre mesi. Ricordo che la gente ci
guardava stupita chiedendosi che cosa stessimo facendo. Io alla fine ho
approvato l’idea di Finetti perché oggi ci sono molti branduardiani che nel
1986 non erano ancora nati, e che vorrebbero dunque potersi confrontare con
una realtà che, per questioni anagrafiche, non gli è mai appartenuta. In
secondo luogo c’è la volontà di rendere pubblico un documento storico
particolarmente originale.
Nel 1986 Branduardi è rapito dalle liriche di Yeats...
Infatti.
Cosa ti intriga(va) di questo letterato?
È uno straordinario poeta. Tutto è iniziato con alcune "traduzioni" che stava
facendo mia moglie. Io, fino a quel momento, lo conoscevo solo vagamente. Mi
cadde l’occhio sull’incipit del "Violinista di Dooney" che diceva: “Come le
onde del mare balla la gente, quando suono il mio violino”. Mi sono detto
che il personaggio descritto da Yeats mi rappresentava perfettamente, così
ho cominciato a lavorare sui suoi testi.
Hai anche incontrato il figlio dell’autore dublinese?
Certamente. È stato lui ad approvare il lavoro, dopo averlo analizzato nei
minimi dettagli. Pensa che, poco prima, aveva bocciato un progetto analogo
di Van Morrison.
Fra i singoli spicca "La Tempesta". Quel genere di tempesta che i marinai
vincono “attendendo che il vento buono gonfi le loro vele". E Branduardi
come vince le tempeste della vita?
Branduardi, in realtà, le "cerca". Io sono un uomo irrequieto e cerco nella
musica la quiete. Anche se a volte succede il contrario.
E se ci son tempeste troppo forti...
In effetti c'è il rischio di sbagliare rotta.
In "Futuro Antico VI" si parla invece della notte di San Giovanni. Un tempo in occasione del solstizio d'estate si mangiavano le lumache e si appendevano fuori dalla porta rametti di rosmarino per tenere lontane le streghe in volo verso il noce di Benevento. Oggi cosa rimane di queste antiche tradizioni?
Quel poco che rimane si ritrova in alcune regioni del centro e del sud
Italia. La secolarizzazione le ha spazzate via un po’ ovunque. Sono,
comunque, tradizioni che affondano le loro radici nella notte dei tempi, di
stampo pagano.
C'è, probabilmente, anche qualcosa di etrusco…
Sicuramente.
Nella tua carriera hai collaborato con altri importanti esponenti della
musica italiana come Vecchioni e Battiato. In futuro prevedi nuove
collaborazioni di questo tipo?
In questo momento non c'è nulla in programma, tuttavia sarei ben contento di
poter confrontarmi ancora con altri artisti, dal liscio, all’hard rock.
Colgo l'occasione per lanciare un appello a nuovi collaboratori.
Qualche grande nome incrociato sul tuo cammino?
Sono davvero tanti. Ho lavorato, per esempio, con Crosby, Stills & Nash.
Il mitico trio della West Coast?
Eravamo Crosby, Stills, Nash & Angelo (ride, Nda). Abbiamo fatto una tournee per
l'Europa e per il mondo nei primi anni Ottanta.
Ad aprile e maggio hai compiuto un lungo tour in Germania. È la conferma che un certo tipo di musica italiana è in grado di travalicare con successo i
confini della nazione. Che differenza c'è fra il pubblico italiano e quello
tedesco?
Quando ho iniziato a suonare in giro, sul finire degli anni Settanta, c'era
molta differenza. In Italia si suonava in un clima "teso": questioni
politiche. C'era sempre un gran caos. I concerti erano ospitati spesso in
palazzetti che per l'occasione si trasformavano in bolge umane. In Germania,
al contrario, c'era molto più ordine, le sale dei concerti erano spaziose e
silenziose. Oggi, però, il discorso è cambiato e non c'è più tanta
differenza fra l'Italia e gli altri paesi europei.
E per ciò che riguarda la musica di Branduardi?
Come diceva il giornalista Mangiarotti, la mia musica è come l'aglio,
contraddistinto da un gusto inconfondibile che piace moltissimo, o fa
veramente schifo.
"L'infinitamente piccolo" (con oggi ormai più di 300 rappresentazioni e un
successo insperato) è San Francesco, "State buoni se potete" è Filippo Neri (fondatore degli oratori). Qual è il rapporto di Branduardi con il
cristianesimo?
Questa è una domanda molto privata, cui non do volentieri una risposta.
Posso dirti che la mia fede non è a prova di bomba. Tuttavia è vero che,
essendo un musicista, vivo la spiritualità in modo particolare. Come dice
il mio amico Morricone con cui ho spesso collaborato "la musica è l'arte più
astratta e quindi più vicina a Dio".
È quindi a favore del mantenimento dei crocifissi nelle scuole…
Assolutamente sì. Su questo sono categorico. Il crocifisso è un simbolo
delle nostre radici giudaico-cristiane e non va toccato.
"Confessioni di un malandrino" è sempre la tua canzone preferita di
Branduardi?
Sai, è la prima che ho composto, a 18 anni…
Essendo di 'MilanoWeb' vorremmo chiederti, infine, qualcosa del tuo rapporto con la città. Tu peraltro nasci a Cuggiono, a pochi chilometri di distanza dal capoluogo lombardo… Cosa ti piace e cosa, invece, non riesci a mandare giù della realtà milanese?
Mi sento molto più legato a Genova che non a Milano. A tre mesi ho lasciato
Cuggiono per la città ligure e li ho frequentato il conservatorio e mosso i
miei primi passi in ambito artistico.
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