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Intervista a Giacinto Siciliano, direttore del carcere di Opera

Esiste il fine rieducativo della pena. Anche in una casa di reclusione di massima sicurezza

29/05/2009 - 12:21

Singolare ma significativa iniziativa quella del carcere di Opera, che il 27 maggio in via esclusiva ha aperto le porte d’ingresso ai bambini di alcune classi elementari di Opera, Pieve Emanuele e Noverasco al fine di farli assistere ad un divertente spettacolo teatrale posto in essere da una trentina di detenuti.

In scena "Alla ricerca di Nemo", riadattato al contesto e al luogo.

Presenti all’iniziativa il sindaco di Opera Ettore Fusco e la bellissima Martina Colombari, in qualità di madrina della Fondazione Francesca Rava, Onlus che dal 2000 si occupa di restituire sorriso e concretezze ai bambini in difficoltà e che recentemente collabora anche con il carcere di Opera.

"La Fondazione è molto occupata oggi a dare un sostegno ai bimbi di Haiti" – ha detto la Colombari – "Lì l’infanzia non esiste, i bimbi hanno perso anche le forze per giocare. Ad Haiti manca tutto. Io sono stata lì 2 volte ed è stata un’esperienza unica. Ho visto con mano il lavoro quotidiano della Fondazione, che ha portato ospedali, scuole, orfanotrofi. Abbiamo messo il primo mattone poi della Casa dei Piccoli Angeli, un’abitazione che ospita i bimbi disabili, e questo è molto importante perché secondo la tradizione del posto questi bimbi sarebbero dovuti morire".

Lo spettacolo è stato un vero e proprio successo: i bambini attenti hanno partecipato con applausi, risate e cori.

"Mi è piaciuta molto la rappresentazione"
- ha detto il direttore Giacinto Siciliano - "I detenuti erano molto emozionati ma contenti. E’ stata un’occasione per lanciare un messaggio positivo nonostante la loro condizione".

MilanoWeb ha approfittato dell’evento, di per sé molto significativo, per rivolgere qualche domanda proprio al direttore del carcere Giacinto Siciliano.

Quando e come è nata questa iniziativa?
"Lo spettacolo è frutto del lavoro di una trentina di carcerati, durato un paio di mesi, sotto la direzione dell’insegnante Luisa Dell’Acqua. E’ nato un po’ per caso grazie al programma rieducativo posto in essere nella nostra struttura, che comprende diverse attività tra le quali un insegnamento volto all’approccio alla legalità o contro fenomeni quali il bullismo, ma comprende anche la produzione di gelati e pane, l’allevamento di quaglie, un ufficio informatico, un laboratorio di musica, uno per creare violini artigianali e altro. Abbiamo anche la possibilità di offrire un’istruzione scolastica al nostro interno: abbiamo infatti una ragioneria, delle medie, delle elementari e anche degli universitari privatisti."

Cosa vuol dire carcere ai fini rieducativi?
"Significa che nella struttura ci sono delle regole che il carcerato deve imparare a rispettare. Ma significa anche che il detenuto è un uomo e non un numero e deve avere degli stimoli da coltivare al fine di intraprendere un percorso individuale di tipo rieducativo. E’ poi la persona che sceglie di intraprendere quel percorso, nessun’altro."

Qual è la percentuale di detenuti che fuori dal carcere trovano lavoro e quella di coloro che tornano a delinquere?
"Non esiste una stima precisa. Dipende dal percorso individuale di ognuno e dalle condizioni che trova all’esterno delle mura del carcere. In un contesto lombardo il carcerato che ha finito di scontare la pena ha molte più possibilità di trovare lavoro che in altre regioni d’Italia. Sicuramente è importante la fase di supporto, che risulta essenziale ma che in Lombardia è presente".

E’ importante per il detenuto il contatto esterno e perché?
"E’ molto importante perché dà al recluso la dimensione e il senso della realtà. E sicuramente favorisce l’approccio al mondo esterno nel momento in cui al carcerato, una volta scontata la pena, viene aperta la porta della cella, che di per sé già crea un muro, non solo fisico, tra quest’ultimo e la società".

Cosa manca nelle carceri italiane?
"Le risorse umane. Bisognerebbe ristabilire il corretto rapporto operatore- detenuto. Il problema più grande è il sovraffollamento."

Nel carcere c’è umanità?
"Nel carcere c’è tutto quello che c’è fuori. Amicizia e violenza. Tutto. Di certo posso dire che la solidarietà io la ravviso maggiormente dentro le mura che fuori".

Come mai ha scelto di fare questo mestiere?
"Le direi che inizialmente mi è capitato per sbaglio. Io facevo l’avvocato e ho voluto provare a fare il concorso. Devo dire che oggi ne sono orgoglioso, io sono innamorato del mio lavoro".

Quale insegnamento trae ogni giorno dal suo lavoro?
"Sicuramente la convinzione che per fare qualcosa di importante ci devi credere in primis tu stesso e poi le persone che ti aiutano. In carcere si è in gruppo. E si cammina verso lo stesso fine".

Autore: Stefania Pellegrini

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