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Bella, intelligente e talentuosa, Valeria Bruni Tedeschi, attrice e regista italiana naturalizzata francese, 46 anni e molti film alle spalle, da qualche anno sta vivendo una vera e propria rinascita artistica in qualità di regista, ruolo che non le ha, tuttavia, fatto dimenticare la sua natura di attrice, che l’ha vista recentemente nel ricco cast di "Baciami ancora" del nostro Gabriele Muccino, e la condurrà anche all’imminente Festival di Cannes con la pellicola di Romain Goupil "Les main en l’air".
Dopo il debutto nel 2003 con il film fortemente autobiografico "E’ più facile per un cammello…", vincitore del Premio Louis Delluc per la miglior opera prima, la Bruni Tedeschi è tornata alla regia, qualche anno dopo, con "Actrices", pellicola ancora inedita in Italia, con la quale si è aggiudicata nel 2007 il Premio Speciale della Giuria nella sezione "Un Certain Regard" del Festival di Cannes.
Incarnando perfettamente due delle maggiori tendenze che caratterizzano il cinema francese contemporaneo (il fenomeno degli attori che passano dietro la macchina da presa ed il proliferare di donne alla regia), Valeria Bruni Tedeschi è stata naturalmente scelta, insieme ai colleghi Christophe Honoré e Louis Garrel, quale rappresentate della vitalità della cinematografia d’oltralpe nell’ambito della rassegna "Aspettando Cannes", svoltasi a Milano dal 22 al 28 aprile scorsi.
In occasione dell’incontro di presentazione, svoltosi venerdì 25 aprile, presso la Terrazza Martini, alla presenza del curatore della rassegna, Dominique Paini, del direttore del Centre Culturel Français de Milan, Olivier Descotes, e dell’Assessore alla Cultura del Comune di Milano, Massimiliano Finazzer Fory, Valeria Bruni Tedeschi ci ha parlato di sé e del suo cinema.
Può raccontarci della sua esperienza in qualità di regista?
"La verità è che non mi sento una regista, bensì un’attrice. Ho scritto i miei film in quanto attrice; è stata questa l’esperienza di riferimento per le mie opere da regista, in cui ho cercato soprattutto di raccontare le storie che avevo in mente nella maniera più onesta possibile. Il mio essere attrice si è riflettuto anche sul mio modo di dirigere gli attori, con i quali ho cercato di ritrovare il piacere che io stessa avevo provato in passato nell’essere diretta da certi registi. Con molti degli attori con cui ho lavorato ho un rapporto quasi affettivo, che mi porta ad emozionarmi molto quando poi li rivedo sul grande schermo."
Come riesce a conciliare, nei suoi film, il doppio ruolo di regista e attrice?
"Cerco di fare ciò che i francesi chiamano ‘chercher son clown’, cercare il clown nel mio personaggio, e cioè la sua parte più fragile, talvolta anche un po’ ridicola, quella componente soffocata che fatica ad emergere. Per fare questo, però, devo mettere da parte alcuni aspetti della mia personalità, e ciò mi permette di mantenere un certo distacco dal personaggio senza il quale non potrei dirigere il film."
Lei ha lavorato molto anche in teatro; pensa che l’interpretazione di un attore debba cambiare a seconda che si tratti di cinema o di teatro?
"Per quanto mi riguarda, finora non ho lavorato diversamente passando dal cinema al teatro e viceversa. Quando recito cerco sempre di essere cosciente di me interamente, del mio corpo, dei miei gesti, della mia voce, indipendentemente dal contesto in cui mi trovo. Sicuramente in teatro la consapevolezza dello sguardo del pubblico può portare a muoversi in maniera diversa, ma secondo me un attore non cambia, è sempre lo stesso."
Secondo la sua esperienza quali sono le maggiori differenza fra cinema francese e italiano?
"Sinceramente io non vedo differenze legate al paese, dipende tutto dai registi con cui si lavora, è il paese interiore di ciascun regista, il suo immaginario, che fa la differenza."
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