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Questa volta MilanoWeb nel suo incessante peregrinare tra le persone "con delle storie da raccontare" ha incontrato, nella sua bella casa meneghina non distante dai Navigli, il leader dei Dik Dik, Pietruccio Montalbetti, che di recente ha dato alle stampe il suo primo romanzo, autobiografico, profondamente "neo-realista" ed intitolato, prendendo spunto dal luogo in cui è nato nel lontano 1941, 'I Ragazzi della Via Stendhal' (Aereostella, pagine 224).
Vediamo dunque di scoprirne di più nel corso di questa (lunghissima) chiaccherata con un protagonista musicale degli anni '60 che non si è mai dato per vinto. E che non ha mai visto la carriera come un qualcosa che deve prevedere un punto d'arrivo ma, semplicemente, come un viaggio meritevole di essere vissuto per tutta la vita...
Innanzitutto fatti fare i complimenti per il tuo debutto letterario...
"Grazie. Ma a dire il vero ho già pronti altri quattro libri nel famoso 'cassetto'. Tre praticamente già finiti ed uno che terminerò a breve: diciamo quindi che 'I Ragazzi della Via Stendhal' è il mio quarto romanzo e... mezzo! (ride, ndr) "
Notevole... E da dove nasce tutta questa tua prolificità?
"Dal mio desiderio di conoscere le cose, vederle di persona, 'assaggiarle' a fondo e non fermarmi mai alle apparenze. Sai, fin da bambino ho sempre sognato di fare l'artista e l'esploratore e, grazie all'indipendenza economica che mi ha dato la musica, sono riuscito a concretizzare quel sogno a modo mio. Quindi, terminata una tournée dei Dik Dik, mentre i miei compagni si riposano, ecco che per me giunge il momento di mettermi lo zaino in spalla e cominciare a fare il viaggiatore del mondo. Di solito per uno o due mesi all'anno..."
C'è differenza, ovviamente, tra viaggiatore e turista...
"Esatto: e difatti se devo andare in Egitto preferisco aggregarmi ad una caravona di Tuareg e affrontare il deserto piuttosto che godermi il mare ed il sole di Sharm El Sheik... E difatti, in vita mia, ho fatto pure quello - intendo viaggiare con i Tuareg - e non ti racconto la ricchezza delle esperienze che mi sono portato appresso."
Raccontamele, invece: dove sei stato esattamente?
"Se escludiamo l'Oceania, praticamente ovunque: in Perù, Ecuador, Venezuela, Colombia, Amazzonia, India, Thailandia, Birmania, Galapagos, Ceylon, Nepal, Egitto, Belize, Guyana, etc. Forse l'anno prossimo, tra gennaio e febbraio, andrò in Guatemala ma, in realtà, stavolta non ho ancora deciso una meta definitiva."
Ci vuole coraggio, alla tua età...
"Il fatto è che sono uno che si adatta ovunque: ora, per esempio, vivo e dormo in una bella casa di Milano ma tra sei mesi potrei tranquillamente essere accampato in una tenda con una guida che non parla nemmeno la mia lingua! Eh già, mi considero proprio un tipo da giungla..."
Mi dicevi dei tuoi libri ancora inediti...
"Sì, due sono dei diari di viaggio, perfino poco commerciali se vuoi, mentre altri due potrebbero anche tranquillamente diventare un giorno delle sceneggiature per il grande schermo. E, toccando ferro, forse una compagnia cinematografica milanese si è già fatta avanti nel frattempo..."
Raccontami dei tuoi libri dedicati ai tuoi viaggi...
"Beh, uno si intitola 'Sulle Tracce di Alexander Von Humboldt' ed è in pratica dedicato alle rotte intraprese dal grande esploratore tedesco vissuto tra '700 ed '800. Il secondo, invece, è 'Caldi Tropici' che, fin dal titolo, riecheggia 'Tristi Tropici' di Claude Lévi-Strauss. Sono due testi a cui tengo molto."
Deduco che ti piacciano le letture impegnate...
"In realtà il libro che mi ha aperto la mente, oltre alla beat-generation di Kerouac e Ferlinghetti, è stato 'I Fiumi Scendevano ad Oriente' di Leonard Clark, un ennesimo volume dedicato all'esplorazione geografica e alla ricerca personale (Pietruccio mi mostra la sua copia che tiene in bella vista in salotto, ndr). Certo, poi ho letto pure i classici tipo Pasolini e Herman Hesse ma... mi sono annoiato da morire (ride, Ndr) !"
Apriti cielo, diranno gli intellettuali...
"Scherzi a parte, Hesse mi è servito non poco perché ha ispirato un mio romanzo tuttora inedito intitolato 'In Viaggio con Siddharta' che tratta di un giovane ricco che, alla maniera di San Francesco, si spoglia dei suoi averi e compie un tragitto esistenziale tra Firenze e Roma. Come vedi il tema del viaggio, nella mia prosa, torna sempre; non per niente l'altro mio libro che è attualmente custodito nel cassetto si chiama 'Storia di una 500 (Dalle Ande alle Alpi e ritorno)' e parla dell'anima di un indiano dell'India che si reincarna in una parte meccanica della macchina più celebre mai prodotta dalla Fiat..."
Nonostante la tua fervida fantasia, la tua resta una scrittura semplice, alla portata di tutti. Come d'altronde già accadeva in quei 45 giri targati anni '60 e '70 e portati al successo dai Dik Dik...
"Assolutamente sì! Io non mi considero un intellettuale ma un artigiano che, fortunatamente, ha sempre avuto un grande intuito nel captare cosa potesse piacere alla gente. Nonostante ciò, i miei libri non sono scritti male: li ho riguardati fino a trenta volte prima di mettere la parola 'fine'! Sono opere naif, colte e facili allo stesso tempo. Sai, non amo gli intellettualismi forzati o le parole roboanti messe lì un po' a caso..."
'I Ragazzi della Via Stendhal', comunque, non è la biografia ufficiale dei Dik Dik, vero?
"No, quel libro in realtà sono io e ciò che sono diventato in tutti questi anni: i miei pensieri, la mia filosofia di vita, le persone che ho conosciuto, le situazioni assurde e casuali in cui mi sono trovato, la mia amicizia trentennale con Lucio Battisti, ecc. E la storia parte appunto da Via Stendhal e da quella Milano del dopoguerra che ormai non esiste più un da un bel pezzo..."
Non per niente Via Stendhal, da posto poco raccomandabile, si è tramutata con gli anni in una cittadella della moda, tutta lustrini e fashion "alla milanese"...
"Era inevitabile: la città si è ampliata ed ha semplicemente seguito lo scorrere del tempo. Però, in quegli anni '50, se volevi scontrarti con la vera malavita meneghina dovevi venire a fare un salto da quelle parti. C'era una umanità pazzesca in quel quartiere, dei personaggi davvero 'letterari' e, allo stesso tempo, inconsapevoli di esserlo. E poi un cinema meraviglioso come il 'Savona' che adesso ha preso il nome di 'Mexico': due spettacoli, 100 lire! Ah, che bei tempi..."
E la Milano di oggi, invece?
"Non è che la viva più di tanto visto che non sono mai stato particolarmente attratto dalla mondanità... La Milano del 2010, per me, è la mia casa, questo pezzo di quartiere vicino a Piazza Sant'Eustorgio e poco altro. Anche perché, te l'ho già detto, io mi sento un cittadino del mondo a tutti gli effetti. E solo stando lontano da qui ho potuto imparare come le differenze tra esseri umani semplicemente non esistano e che l'idiosincrasia verso lo straniero è una cosa da pazzi, assurda e pericolosa."
In mezzo a tutta questa tua voglia di vita e d'esperienze, i Dik Dik come stanno?
"Stanno bene. Nel senso che teniamo lunghe tournèe, in Italia e all'estero, e le terremo ancora per un bel po' di tempo. Certo, ormai i rapporti tra di noi sono più professionali che amichevoli (nel gruppo, oltre a Pietruccio, ci sono ancora i membri storici Giancarlo Sbriziolo detto 'Lallo' e Erminio Salvaderi conosciuto come 'Pepe', ndr) : viaggiamo assieme per andare ai concerti ma poi dormiamo in camere separate e, a livello di argomenti tipo il calcio o la politica, non è che abbiamo granché da spartirci. Io la penso in una certa maniera e loro praticamente all'opposto..."
Non avete granché da dirvi... E non temete, quindi, lo scioglimento definitivo?
"Macché! Anche perché poi saliamo sul palco e, supportati da una tecnologia sempre all'avanguardia, torniamo ad essere una vera band... Certo, fosse per me io spingerei un po' di più sull'accelleratore e giocherei maggiormente con le distorsioni perché adoro l'hard-rock di gruppi tipo Bon Jovi, Van Halen, Led Zeppelin... E poi, per quanto riguarda la musica suonata, mi piace tenermi aggiornato e continuare ad andare ai concerti altrui. Non per niente ho visto gli Who, quando erano ancora al massimo della forma, e più recentemente Bob Dylan e gli Spandau Ballet..."
I Dik Dik sono conosciuti per essere una band da singoli tipo 'Sognando la California', 'Senza Luce', 'L'Isola di Wight', 'Viaggio di un Poeta', ecc. Non vi è mai bruciato non essere riusciti ad incidere un grande album?
"No, anche se ci abbiamo provato nel 1972 con 'Suite per una donna assolutamente relativa' ma, onestamente, non eravamo proprio in grado di misurarci con quelle sonorità così progressive che rimandavano ai Genesis dell'epoca... Però, a livello di 45 giri, siamo sempre stati un buon punto d'incontro tra tradizione popolare e sperimentazione dura e pura. Penso a brani come 'Il Vento' o 'Vendo Casa'..."
E qui inevitabilmente dobbiamo parlare di Lucio Battisti e Mogol, artefici di quei due successi...
"Lucio era la bomba atomica mentre Mogol fu la spoletta che servì a farlo esplodere definitivamente. Senza le liriche di Giulio (Rapetti, in arte Mogol. ndr), infatti, Battisti avrebbe comunque scritto delle melodie splendide ma non sarebbe mai andato oltre il successo di culto che poi, negli anni '80 e '90, ebbe nella sua fase sperimentale con Pasquale Panella. Comunque, Lucio era un genio oltreché un artista puro. Una volta, sarà stata la fine degli anni '60, lui che era un grande fan di Dylan, Donovan e dei Cream mi raggiunse tutto raggiante e mi disse di aver scoperto il segreto che lo avrebbe reso un musicista di successo. Ed ovviamente... aveva ragione lui!"
Cosa ti ricordi della registrazione di 'Vendo Casa' (1971) effettuata con la supervisione in studio dello stesso Battisti?
"Che anche in quel caso Lucio superò se stesso invertendo gli accordi-base su cui si costruivano molte canzoni famose di allora: gli bastò mettere il terzo accordo come primo della fila e la melodia di 'Vendo Casa' gli sbucò tra le mani all'improvviso. Certo, detto così sembra perfino facile o banale, ma, credimi, se non nasci genio è difficile che certe cose riescano pure a te... Per non parlare dell'assolo poi: Battisti impiegò due giorni interi a tirarlo fuori dalla sua testa riccioluta! Ma lui era così: sentiva i suoni nella sua mente e, per tutta la vita, non ha mai smesso di estrappolarli..."
Direi che siamo alla conclusione dell'intervista, Pietruccio: come chiudiamo questa bella chiaccherata?
"Come vuoi tu (sorride, ndr)..."
Ok, allora cosa combinerai da grande?
"Beh, nei miei progetti futuri non ho solo la musica e i libri ma anche il teatro. Mi piacerebbe aggregarmi ad una piccola compagnia e mettermi a fare il 'cantastorie' in giro per i piccoli teatrini di provincia: una canzone, un racconto, un'altra canzone, un aneddotto, una cover e via dicendo. Anche perché abbiamo bisogno di ritrovare la nostra capacità di immaginare. Una capacità che, purtroppo, ci è stata rapita dalla televisione e dal suo diluvio di immagini false..."
Mi viene in mente quella bellissima scena poetica firmata da Mogol: l'erba e alta e ormai lo so/ e dovrei potare il melo...
"Esatto! Due frasi appena ma, come vedi, ti si apre un mondo intero di suggestioni davanti a te. E' questa in fondo la grandezza dell'arte popolare..."
Pietruccio Montalbetti sarà il 10 giugno prossimo, ore 18:00, alla libreria internazionale 'Hoepli' di Milano (via Ulrico Hoepli 5) per presentare 'I Ragazzi della Via Stendhal'. All'incontro parteciperà anche Paolo Limiti. Non mancate!
Scoprine di più su 'I Ragazzi della Via Stendhal' cliccando qui.
Il sito ufficiale dei Dik Dik.
Contatta Pietruccio sulla sua pagina di Facebook.
Ascolta 'Vendo Casa' dei Dik Dik.
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