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Caro Direttore,
ho avuto occasione di leggere l'intervento di Andrea Dusio sulla "inutile candidatura di Vittorio Agnoletto" alle elezioni regionali in Lombardia.
Avendo conosciuto Vittorio all'epoca di Genova G8, anzi prima, al I Forum sociale mondiale di Porto Alegre (gennaio 2001, quando ancora non andava di moda), avrei varie cose da dire su alcuni apprezzamenti a mio avviso gratuiti dell'articolista, ma preferisco concentrarmi sulle critiche relative alla gestione del G8, dal momento che mi è capitato di occuparmene intensamente in tutti questi anni, sia come giornalista che come attivista (sono fra i fondatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova) e parte civile al processo Diaz.
Dusio sostiene che Agnoletto "mandò allo sbaraglio le persone" nella "prima manifestazione senza servizio d'ordine della sinistra militante italiana" e parla di "sprovvedutezza".
Questa interpetazione di Genova G8 mi lascia sinceramente interdetto per la sua schematicità e per la distanza dalla realtà che ho vissuto all'epoca dei fatti e che ho potuto approfondire nei mesi ed anni successivi. Già l'idea che Vittorio Agnoletto fosse il manovratore delle manifestazioni del luglio 2001 mi pare del tutto infondata: Vittorio, come tutti sanno, era il portavoce del movimento, senza potere (né volere, peraltro) svolgere una funzione di dominio; può essere che in altri tempi, nei decenni precedenti, vi fossero leader-condottieri alla maniera evocata da Dusio, ma niente del genere è avvenuto all'epoca del G8 genovese. Chi non c'era, può leggersi la copiosa documentazione esistente in rete o su carta (consiglio Carlo Gubitosa, "Genova nome per nome", Terre di Mezzo/Altreconomia 2003, una ricostruzione ricchissima del luglio 2001 e dei mesi precedenti): la nascita del 'Genoa social forum' e le grandi manifestazioni genovesi furono l'esito di un lungo e capillare lavoro di convergenza - attorno ad alcune idee forti - di movimenti, associazioni, singoli attivisti appartenenti a filoni culturali ed esperienze poltico-sociali molto diversi fra loro.
Nei mesi attorno a Genova G8 le idee del movimento, che avevano un respiro autenticamente globale, conquistarono un grande spazio nell'immaginario comune e nel discorso culturale corrente: è per questo che Genova G8 ha segnato così tanto la storia personale di migliaia e migliaia di persone, oltre che la storia del nostro paese. Niente del genere si era mai visto in Italia e questo può spiegare la difficoltà di molti a comprendere la natura di quel movimento.
Per i motivi appena esposti, parlare di "prima manifestazione senza servizio d'ordine della sinistra militante italiana" contiene a mio avviso un doppio, grossolano errore di valutazione.
In primo luogo Genova G8 non fu affatto una "manifestazione della sinistra militante", dato che la "sinistra militante" tradizionale fu solo una parte, e per quel che mi riguarda nemmeno la più originale per contenuti e forme d'azione, del movimento; in secondo luogo, proprio per questa natura composita, fuori dagli schemi classici della "sinistra militante", non si poteva nemmeno ipotizzare una manifestazione secondo la prassi tradizionale, con il "servizio d'ordine", le decisioni che scendono dall'alto verso il basso e così via.
Genova G8 fu uno straordinario movimento politico e culturale che metteva in crisi i poteri costituiti, il pensiero dominante, e anche alcuni capisaldi della cultura storica della sinistra: ma qui dovremmo parlare di beni comuni, uscita dal consumismo e dal produttivismo, nonviolenza, relazioni fra Nord e Sud del mondo, e il discorso si farebbe troppo lungo. Mi limito ad osservare che le violenze poliziesche furono una scelta politica e colpirono non solo il corteo "senza servizio d'ordine" di sabato 21 luglio, ma anche il corteo dei Disobbedienti - più tradizionale e più "protetto" - del giorno precedente.
Concludo con una personale valutazione su Vittorio Agnoletto, che conosco e stimo come persona competente e appassionata: all'epoca di Genova mostrò doti non comuni di equilibrio e fermezza e al parlamento europeo è stato un deputato molto attivo e rispettato da tutti, perciò i giudizi di Dusio mi paiono immotivati.
Per me oggi Vittorio è anche un amico, ma sul piano strettamente politico lo reputo un esponente di quel movimento che prese le mosse nel gennaio 2001 a Porto Alegre e che a mio avviso è la più importante novità politico-culturale degli ultimi decenni. Forse è di questo che varrebbe la pena parlare, in una fase storica di così grave smarrimento della sinistra.
Cordialmente,
Lorenzo Guadagnucci
Volevo rispondere in modo conciso al nostro lettore. Non intendevo entrare nel merito degli "ideali" di Vittorio Agnoletto, ma ho solo espresso un mio giudizio su altre sue qualità, tra cui, per inciso, quella di stabilire obiettivi che portino risultati politici "reali" (qualità che dovrebbe essere prioritaria in un amministratore). Anch'io credo che le esperienze di quegli anni siano significative, e lo scrivevo già allora. Non ho partecipato, sia detto per "correttezza", alle giornate di Genova. Ho indicato precisamente le responsabilità degli "uomini delle istituzioni", in quella che fu - senza mezzi
termini - una sospensione della democrazia e dello stato di diritto.
Credo però, e lo ribadisco, che il configurare come "fine" delle manifestazioni del venerdì 20 luglio l'invasione della 'Zona Rossa' abbia dato il 'via' alle ingiustificate e gravissime azioni di "repressione", e repressione qui è usato come un eufemismo, da parte degli organi di Polizia. Vittorio Agnoletto ha per me la responsabilità, come persona che, unitamente a Casarini, rappresentava la "voce" dei manifestanti (con diverse "sfumature", ok), di aver lasciato che si insistesse su quell'obiettivo di nessun significato, e che però ha prodotto il "clima" di quei giorni.
Di più: se la manifestazione, libera e spontanea, avesse avuto un servizio d'ordine, vari tipi di "infiltrati" non si sarebbero potuti unire ai cortei di pacifici manifestanti, dando luogo, forse "ad arte", a quegli episodi di guerriglia urbana che hanno dato il destro alla risposta degli
uomini della Polizia preposti alla difesa della 'Zona Rossa'.
Il mio giudizio sul suo operato quel giorno dunque non cambia.
Andrea Dusio
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