
Fa discutere la proposta leghista di insegnare il dialetto nelle scuole.
Qual è il parere di uno dei massimi glottologi italiani?
La proposta è inattuabile nella pratica e, se attuata, pericolosa per l'esistenza stessa dei dialetti. Nasce da una evidente ignoranza di cosa sia il 'dialetto' e di come funzioni. Il 'dialetto' è una lingua di uso orale e locale, che ha la caratteristica di essere impiegata accanto e insieme a un'altra lingua scritta di uso ufficiale e sopralocale, cioè di più ampia diffusione (per esempio una lingua nazionale). In Italia ogni paese ha il suo 'dialetto', a volte ogni frazione, per cui ci saranno non meno di 10 mila dialetti. Il punto è: quale 'dialetto' si vorrebbe insegnare?
Il 'dialetto' locale, diverso da paese a paese e spesso incomprensibile a pochi chilometri di distanza, lo può insegnare solo chi già lo parla, ma avrebbe poco senso insegnarlo, perché verrebbe capito solo in paese, da chi lo sa già. Se invece si intende, come pare, insegnare non il dialetto 'locale', ma un dialetto di un centro maggiore (per esempio il dialetto milanese), allora si imporrebbe una lingua estranea, con la conseguenza inevitabile di eliminare il 'dialetto' locale.
Pertanto, l'insegnamento del dialetto, sarebbe paradossalmente a sfavore della sua salvaguardia...
L'insegnamento del dialetto nelle scuole non porterebbe, infatti, alla sua conservazione, ma alla sua trasformazione e alla sua "scomparsa" a favore dei dialetti più "forti" o addirittura di forme "artificiali" di dialetto.
Si sente parlare di 'dialetto' lombardo, ma in realtà il 'lombardo' è un insieme di tante parlate, fra loro simili, ma sostanzialmente diverse.
Quali sono i principali raggruppamenti dialettali della Lombardia?
È vero, il 'dialetto' lombardo non esiste. I dialetti lombardi sono divisi in 2 grandi gruppi: quelli occidentali e quelli orientali.
I 'primi' comprendono il 'milanese' e i dialetti del contado "affini" al milanese (dialetti brianzoli, comaschi, lecchesi, varesini), i dialetti valtellinesi, i dialetti grigionesi e ticinesi (che sono una sorta di milanese arcaico) in Svizzera, i dialetti novaresi, della Valsesia e dell'Ossola in Piemonte, quelli poi di Gallarate e Busto Arsizio, i dialetti pavesi, che hanno punti di contatto coi vicini dialetti piemontesi, liguri, emiliani.
I 'secondi', invece, riguardano i dialetti bergamaschi, cremaschi, bresciani, cremonesi e mantovani, che presentano analogie con i "vicini" dialetti emiliani.
Non esiste un "dialetto lombardo", ma tanti "dialetti lombardi", diversi e a volte incomprensibili reciprocamente.
Basta pensare all'incontro fra un milanese e un bergamasco...
Infatti.
"Falchet", "Monsciasch", "Brianzoeu"...
Cosa si intende con queste affermazioni?
"Falchet" è un termine spregiativo che indica chi si comporta da campagnolo; veniva usato dal milanese di città per ridicolizzare il provinciale che "cala" in città; "munsciasch" vuol dire monzese e "brianzoeu" brianzolo.
Qual è il dialetto "locale" maggiormente utilizzato?
Ogni dialetto è 'locale', quello maggiormente utilizzato è quello con più parlanti.
Non abbiamo dati "sicuri" in proposito, perché i dati ISTAT sono basati sull'autovalutazione, cioè sulla domanda: "Lei parla italiano o dialetto?".
Ma naturalmente non tutti hanno la stessa concezione del dialetto e non tutti sanno veramente 'come' parlano, quindi le risposte a questo tipo di domande esplicite sono quanto mai infide. Un esempio: i veneti spesso pensano di parlare in dialetto anche quando parlano un italiano regionale con 'cadenza' dialettale.
Perché molte persone parlano ancora il dialetto, ma non sono capaci di scriverlo?
Perché il dialetto è una lingua orale, che si parla ma non si scrive. Gli usi scritti del dialetto sono molto 'rari' e sempre 'letterari', dovuti cioè all'iniziativa di poeti e commediografi, che scrivono in dialetto sul modello della letteratura in 'italiano'.
Crede che con le nuove generazioni si perderà definitivamente la capacità di parlare come i nostri nonni?
Temo di sì, per due ragioni. La prima è che il dialetto, come ogni lingua orale, è in continua trasformazione, un mutamento non avvertito dai parlanti, ma costante, tanto che il dialetto dei nipoti è diverso - poco o tanto - da quello dei nonni. La seconda è che la natura di una lingua dipende dalle "condizioni sociali" del suo uso; il dialetto è la lingua di comunità piccole e isolate, per questo i dialetti sono tantissimi e diversi; per conservarsi si dovranno perpetuare queste condizioni sociali, cosa difficile nell'epoca della televisione e della globalizzazione, e non so quanto "augurabile". Sicuramente la perdita dei dialetti è un impoverimento, ma la soluzione non credo sia la creazione di 'riserve', di 'ghetti' linguistici.
Esistono molte pubblicazioni in dialetto?
Esistono molti studi sui dialetti italiani; purtroppo però negli ultimi trent'anni sono stati progressivamente eliminati gli insegnamenti di "Dialettologia italiana" all'università, e quindi anche gli studi sui dialetti ne hanno risentito. Speriamo che in futuro si possa rinvigorire la grande tradizione dialettologica italiana.
Conosce "La Vus dell'Insubria"?
No.
Il milanese non ha un riconoscimento giuridico e non è oggetto di tutela da parte della Repubblica italiana, mentre il lombardo è riconosciuto ufficiosamente con la Raccomandazione n. 928 del 7 ottobre 1981 del Consiglio d'Europa. Che senso ha preservare una lingua che di fatto non esiste (perché rappresentata, come si è detto, da più idiomi) a scapito di una che, invece, ha dei 'connotati' ben precisi?
Infatti è una sciocchezza; il milanese esiste, il lombardo 'no' (vedi sopra, la domanda "specifica"); volendo, lo si può creare "artificialmente", ma non si può dire che c'è.
Glottologi specializzati nelle lingue dell'est italiano dicono che il ladino, in certe zone, risente dell'influenza del tedesco e dello sloveno. Per quanto riguarda il milanese, quali sono gli idiomi che l'influenzano di più?
Le lingue vengono influenzate dalle altre lingue con cui vengono a contatto, quindi il milanese è stato influenzato soprattutto dall'italiano; in misura minore, nel passato, dal francese e dallo spagnolo.
È corretto, quindi, asserire che la parola 'fioeu' è influenzata dal francese - in quanto 'oeu' può essere assimilato alla 'eu' francese - e che la 'u' di "malumor" è figlia della 'u' tedesca?
No. La 'ö' e la 'ü' si trovano nel milanese, nel francese, nel tedesco e in molte altre lingue, senza che necessariamente vi siano stati dei rapporti reciproci. Comunque il milanese e il francese sono imparentati, in quanto entrambi derivano da un latino che ha subito l'influsso delle lingue celtiche (infatti il milanese è annoverato tra i dialetti gallo-italici).
Incuriosisce poi il fatto che molti verbi in dialetto milanese sono seguiti da una preposizione o un avverbio che ne altera il significato. Per esempio "trà" (tirare), può diventare "trà via" (gettare), o "trà su" (vomitare) o "trà giò (buttar giù). Accade anche con l'inglese, per esempio in "get up", "get down", "get off"... Ci sono analogie fra le due lingue?
No. Si tratta di una strategia sintattica particolare, presente in molte lingue del tutto indipendenti tra loro. È un fenomeno che nasce nell'uso orale e tende ad essere eliminato nelle lingue scritte.
C'è qualche parola che rimanda addirittura alle popolazioni celtiche pre-romane che occuparono la Lombardia per secoli?
Sì, ma non tanto alle lingue celtiche in sé, quanto agli elementi celtici penetrati nel latino, e che quindi si ritrovano, in gran parte, anche in italiano (per esempio le parole 'carro', 'camicia', 'benna'). Si ritiene che siano dovuti all'influsso celtico alcune particolarità fonetiche che accomunano i dialetti lombardi al francese, per esempio il suono 'ü' di cui parlavamo prima.
Per concludere... lei che dialetto parla?
La mia lingua materna è l'italiano; capisco bene il 'milanese', il dialetto di mia madre, ma lo parlo male; per ragioni di studio, capisco abbastanza bene anche gli altri dialetti lombardi.
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