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Nel momento di oggettiva "difficoltà" che le istituzioni culturali milanesi stanno vivendo, una buonissima notizia arriva dal ripristino delle attività concertistiche che hanno come sede il Monastero di San Maurizio Maggiore, luogo che per molti anni ha ospitato la seminale rassegna “Musica e Poesia”. Si tratta probabilmente del più significativo ciclo concertistico legato alla musica antica che può vantare non solo Milano, ma tutto il Nord Italia, e che nel nostro Paese fa forse il paio solo con il "Festival di Viterbo e della Tuscia".
La rinascita di San Maurizio, con una stagione che vede il monastero di corso Magenta alternarsi alla Villa Panza di Varese, per una serie di appuntamenti che includono esibizioni di grandi musicisti, quali Ottavio Dantone ed Enrico Dindo, ci rallegra particolarmente per due motivi. Da un lato, quello eminentemente musicale; dall’altro, la restituzione alla città di un monumento in cui è possibile assistere a concerti in una cornice straordinaria, riportata all’antico splendore da restauri esemplari.
San Maurizio rappresenta infatti un luogo-simbolo per la decantazione a Milano del linguaggio leonardesco di Bernardino Luini. La bottega legata a questo grande artista, che si estende ai figli e ai nipoti, costituisce una sorta di continuum, capace di preservare la lezione di Bernardino alle generazioni successive. Sino a quando Aurelio, il più autorevole depositario di un gusto che, nella seconda parte del '500, stava diventando un fatto antiquario, si confronta direttamente negli affreschi della chiesa con l’allievo bergamasco di Tiziano, Simone Peterzano, noto soprattutto per essere stato il maestro del Caravaggio.
San Maurizio funge dunque da formidabile trait d’union tra le esperienze della scuola lodigiana della famiglia di Callisto Piazza, i riverberi nella cultura figurativa milanese dei pittori nordici, e dunque anche del Bergognone e del Foppa, e la matrice antinaturalista su cui andranno poi a innestarsi i tentativi di dar luogo anche in terra lombarda a una formula "manierista".
Nella parete dell’aula delle monache, quella in cui si svolgono i concerti, con gli spettatori che possono scegliere se posizionarsi di fronte ai musicisti o negli stalli del coro ligneo, si riconoscono immagini di alcune tra le sante la cui devozione era più diffusa all’epoca: Santa Caterina d’Alessandria, Sant’Agata, a cui si aggiungo episodi della Passione di Cristo, dal Cristo morto (probabilmente di mano di Bernardino Luini) alla Salita al Calvario. Il restauro recentissimo permette ora di apprezzare anche la decorazione pittorica del mosaico.
Il repertorio della musica antica richiede questa forte integrazione tra suono, pittura e architettura: lungi dal voler prefigurare l’idea di una qualsivoglia sinestesia, crediamo in tal senso che proprio il carattere d’occasione, estemporaneo, di molte delle composizioni protosettecentesche che ci rimangono, legittimi e anzi domandi la ricerca di un contesto che possa servire da ambientazione visiva alle note.
Entrando dunque nel merito dei concerti che segnano questa preziosa restituzione del Monastero a Milano, possiamo dire che la scelta di affidare l’evento inaugurale a Gabriele Cassone, accompagnato dall’Ensemble “Pian & Forte” e dall’organista Antonio Frigé è parsa particolarmente azzeccata. Si tratta infatti del più celebrato specialista italiano di tromba naturale. Lo strumento a pistoni che siamo abituati a vedere è in realtà un’evoluzione recente.
Anticamente, la tromba non era altro che un "tubo", dritto o piegato su sé stesso, di utilizzo militare. Non permetteva di ottenere vere e proprie note, quanto degli armonici. Poteva accompagnare altri strumenti a fiato, tenendo bordone alla melodia. Proprio il fatto che si possano produrre solo gli armonici relativi a una determinata intonazione fa sì che si parli di tromba in si bemolle, tromba in do, e così via. Cassone, che si divide tra tromba naturale e contemporanea, e non a caso è stato chiamato da Luciano Berio per eseguire la “Sequenza X” e l’opera “Cronaca del luogo”, ma anche da Toni Koopman per il “Brandemburghese n. 2” di Bach, ha raccolto, come lui stesso ha spiegato al pubblico, non già una selezione di brani ispirata a questo o quel criterio filologico, ma semplicemente un corpus che includesse, in ragione della natura celebrativa della serata, le più belle composizioni antiche per tromba naturale.
In questo modo, sonate, arie, preludi e marce ricavati dai libri di musica di Charpentier (il “Te Deum” conosciuto universalmente per essere la siglia dell’Eurovisione), Fantini, Gabrieli, Viviani, Biber, Danican Polidor e Delande si sono alternati ad alcune toccate per organo, che hanno scandito la suddivisione ideale tra i diversi umori e colori dell’esecuzione.
Esperto di Frescobaldi, Frigé (che in molti a Milano conoscono, oltre che per la sua attività didattica e concertistica, anche per essere l’organista ufficiale di San Simpliciano e di San Francesco di Paola), ha di fatto garantito una sorta di contraltare meditativo ai pezzi in cui l’ensemble si è invece esibito in assetto variabile, grazie alle 4 trombe che accompagnano lo stesso Cassone e ai timpani di Riccardo Balbinutti. Tra i bis, l’introduzione dell’Orfeo di Monteverdi, che è sembrata essere la chiosa ideale a una serata in cui gli strumenti d’epoca hanno di fatto dialogato con gli affreschi.
Se esiste una possibile declinazione del senso orfico nel mondo di oggi, attiene non già a questa o quella disciplina misterica o esoterica, quanto nella capacità di schiudere mondi di significati attraverso la mediazione linguistica di una forma artistica verso l’altra. Poesia, musica e visione hanno di nuovo in San Maurizio il loro ricetto ideale.
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