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"I Promessi Sposi", in lirica, non meritano San Siro

La spettacolarizzazione vince su tutto, ma allora perché non affidare l'opera ad attori porno?

17/06/2010 - 11:14

Ho un’immagine "stampata" nella testa (desunta da un brano di Robert Schumann) che non va più via: quella degli aiutanti di Babbo Natale che si affrettano a mettere a posto i regali perché la partenza è vicina. Ecco una ridda di folletti e gnomi indaffarati a spintonarsi e a buttar per aria tutto per fare il proprio dovere il prima possibile.

Così mi immagino gli uomini che organizzano i "grandi eventi" al Comune di Milano. Tutti iper-attivi, iper-produttivi, iper-affascinanti, con le loro iper-cravatte a fare da sfondo alla loro iper-autostima: capaci, nessuno come loro, di "partorire" idee incredibili, che sconvolgono i non preparati, gli ingenui (o addirittura "retrogradi") come noi…

Il “capo dei folletti”, Giovanni Terzi, a proposito della nuova opera lirica i Promessi Sposi, grande evento (così dicono) previsto per il prossimo 18 Giugno nientedimeno che allo stadio di San Siro, ha tuonato entusiasta: "Per la prima volta la lirica entra allo Stadio, già tempio del calcio e del rock”.

E la sua felicità è stata la nostra disfatta: anni di divulgazione, anni di lavoro paziente di migliaia di operatori ed insegnanti per far capire alle persone la bellezza che si moltiplica nei mille rivoli creativi che concorrono alla nascita di un capolavoro lirico ed ecco che il sommario interesse che investe una partita di calcio (che più o meno inizia e finisce nel giro di pochi giorni) e uno spettacolo lirico diventano quasi la "stessa cosa".

Mai come in quel momento abbiamo desiderato che il Campionato italiano di calcio ricominciasse in quel preciso istante o che il comitato per una 'San Siro silenziosa' vincesse qualche battaglia legale. E comunque, giusto per smorzare facili entusiasmi, la lirica non "entra" da nessuna parte in questo modo, semmai "esce" bistrattata e ferita: perché Michele Guardì, regista dell’operina in questione, è un uomo di televisione che ripete, da anni e quotidianamente, "...e il comitato sai che fa?". Perché della musica non si sa nulla, neppure se esista un compositore o meno; perché un mucchio di canzoni messe giù per far cantare i "belli" di turno non sono “lirica”. 

Uno spettacolo degno del “Lucio Dalla operista”, insomma: già ci sembra di vederli, i “poveri” Renzo e Lucia, belli come mai prima e anche un po’ maledetti, giovani del mondo d’oggi, magari vestiti in jeans e maglietta e l’Innominato tipo un capo-mafioso e i bravi degli scagnozzi: il povero Manzoni avrà molte ragioni per non riposare in pace.

Perfino la butade di Fiorello di un po’ di anni fa, quando mise su una hit con le parole della poesia “San Martino” di Giosué Carducci, con la sua “nebbia agli irti colli” che risuonava su un ritmo dance, oggi prende il sapore di un’innocenza disarmante.

Alla trovata di allora si è sostituito il marketing, la sistematicità diabolica con cui tutto viene profanato in nome di un incasso appena decente, con cui ogni forma d’arte viene volgarizzata da una spettacolarizzazione incapace di conservare il senso delle cose, delle storie, dei personaggi.

L’intimità di una preghiera di Lucia, il tormento profondo che precede la conversione dell’Innominato, il sottile ritratto psicologico di Don Abbondio, i "monti sorgenti da l’acque": tutto sarà macinato in un unico grande frappé di luci, grida e phard. Un po’ di "arie" e un po’ di microfoni, un po’ di pseudo-romanticismo, un po’ di miele buttato qua e là: insomma una cosa a metà, di quelle che "ammazzano" ogni entusiasmo…

I “folletti” di Palazzo Marino fanno finta di farlo per avvicinare il pubblico all’opera, ma quest’operazione non ha nulla a che vedere con la "divulgazione": somiglia più ad uno svilimento, una dissacrazione, ad un bluff: perché rivedono il mondo al "ribasso", facendo di uno stadio pieno il simbolo di un’operazione riuscita. Peccato si tratti di un’operazione economica e non culturale. E allora non possiamo perdonarli, perché sanno benissimo quello che fanno.    
 
Io avevo capito che la musica avesse qualcosa di sacro. O me lo hanno spiegato male, o qualcuno sta maltrattando quel poco di bello che è rimasto in questo periodo. L’arte esige un rispetto che noi non abbiamo più per nessuno. Un rispetto lo esigono i luoghi, le persone, le cose, le storie. E se manca questo rispetto, se questa è la logica e unico e ultimo obiettivo è “fare pubblico” allora il prossimo passo sarà, forse, la porno-opera, la lirica fatta da professionisti della pornografia, con le storie “piegate” alla volontà degli ormoni e la psicologia dei personaggi decisa dal testosterone.  

Se manca il “rispetto” si finisce sempre per credere che la propria logica sia quella "giusta", se manca il rispetto si finisce per non vedere, per non capire: la ragione per cui la lirica viene "buttata" in uno stadio è la stessa che fa abbattere alberi per costruire centri commerciali, è la stessa che trasforma ogni anomalia in regola, magari sociale... 

Perché così, con lo spettacolo a tutti i costi, si snatura ogni cosa, si ferisce la sensibilità delle persone, cercando di metterle contro l'arte, per allontanarli da ogni possibilità di crescita interiore insita nella fruizione di un'opera autenticamente artistica; perché così quel momento in cui la musica bussa alla porta dell’anima sembra diventare sempre più inaccessibile, vanificarsi: ci fanno credere che il clamore sia la verità, ci lasciano pensare che 10 cantanti, 20 ballerini e le luci accecanti di uno stadio siano arte. Ma l’arte ha a che fare con qualcosa di più profondo, con qualcosa lontano anni luce dalla clamorosa logica "televisiva". Il tentativo, il risultato, è inesorabilmente quello di non farci più entrare in contatto con noi stessi. E se manca questo l’arte non ha più senso di esistere.

La verità è che ci sono “spazi sacri” continuamente abbattuti dal mondo d’oggi: le telecamere che indugiano sul dolore di chi ha vissuto una tragedia, la morbosità con cui si scrutano i visi e le vite di presunti colpevoli. Dunque non siamo “puristi”, semplicemente non ci arrendiamo alla sistematica profanazione di tutto: "difendiamo" solo quello che sentiamo come nostro, il nostro spazio sacro, dall’ultimo (ma solo in ordine di tempo) attacco frontale.

Autore: giuseppe.califano@milanoweb.com

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