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Mentre ancora elaboriamo la tristezza per la scomparsa di José Saramago, un grandissimo, ci ritroviamo a commentare il nuovo libro di un altro, molto diverso, scrittore: Alfonso Signorini. E’ fuori dubbio che l’effetto è strano, che c’è qualcosa di incredibilmente inverosimile nell’accostare questi 2 nomi, soprattutto avendo la "necessità" di classificarli entrambi come "scrittori".
Il mondo in una metafora: di questo era capace l'artista portoghese Saramago, scomparso ieri, improvvisamente; ti faceva innamorare di un paradosso e su quel paradosso costruiva tutta la sua storia dalla logica inesorabile che sapeva dirti una verità che ti toglieva il fiato.
Il mondo in una pagina di “Chi”: questa la vetta più "alta" raggiungibile dalle metafore di Signorini che, sembra chiaro, uno scrittore (almeno come Samarago) non è. Forse è più corretto fermarsi a "giornalista", come scritto sulla sua tessera. Non basta pubblicare un libro per essere uno "scrittore", quantomeno come alcuni "giganti", specie nel confronti relativo, della letteratura.
Ebbene il "nostro" si ostina a farlo e ieri, nella splendida cornice di Sirmione (che serviva a rendere "sopportabile" la presentazione di un libro che parla più o meno di "nulla"), ha presentato la sua "ultima fatica", un libro sulla inflazionata e maltrattata storia di Maria Callas. Il mito della Callas, la sua storia artistica che s’intreccia alla discussa vita privata: tutto questo raccontato come se fosse l’ultimo numero della rivista di cui è direttore, con lo stesso sguardo indiscreto, con le stesse "banali" (volgari, per qualcuno) supposizioni, con quella morbosità per dettagli insignificanti che possono diventare il "senso" di una notizia, di una pagina, di un intero giornale.
Ma in fondo Signorini non è che l’emblema di un mondo patinato e rumoroso, un “prodotto” del livello culturale che mediamente attraversa le nostre frequenze televisive: per questo ce lo ritroviamo a presenziare nei salotti televisivi, dove lui sembra essere un personaggio di alto profilo che quando parla proferisce la verità suprema. Fatto normale laddove gli opinionisti non sono quelli che hanno delle "idee" ma quelli che dicono un "qualcosa" ad un certo "punto" della trasmissione, dove gli ospiti intervengono sempre al momento meno "opportuno", e così via...
Non c’è da meravigliarsi, dunque, se al "nostro" viene concesso di cimentarsi nell’avventura editoriale di pubblicare un libro, su un certo personaggio, poi. E da quale filosofia può nascere una creatura dell’ "Alfonso nazionale"? Certamente dalla somma acrobazia del pettegolezzo, animata dall’amore per la superficialità di cui sono intrise le chiacchiere da bar e/o da parrucchiere.
Uno di quei libri "non impegnativi", per passare qualche ora "felice" sotto l’ombrellone: uno di quei libri, dunque, fatti per vendere qualche copia in più, che rispondono alla logica del "mercato" che si accompagna all’apertura degli stabilimenti balneari, che non rispetta le storie, che non ama i personaggi, che non cerca
un senso per le cose: una fiera del nulla trasformata in letteratura.
E così mentre Saramago partoriva capolavori come il “Saggio sulla lucidità”, ci ritroviamo fra le mani i saggi sull’ovvietà: e così le grandi metafore lasciano il posto alle dicerie e all’ultima rivisitazione di una storia distorta, raccontata per l’ennesima volta. Qualcuno dice sia una letteratura “leggera”, ma in realtà ha la pesantezza del "nulla", l’insostenibile peso del buonismo all’italiana, del rumoroso chiacchiericcio televisivo che fa sembrare tutto speciale, ma che non fa che travestire il "nulla" con abiti firmati, che presenta personaggi tanto "belli" quanto "trasparenti".
Caro Saramago, ci mancherai davvero tanto, anche di più...
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