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I media ci tengono compagnia in ogni ora del giorno e della notte con l’inarrestabile flusso di informazioni che anima gli schermi televisivi: le "strisce" pubblicitarie che appaiono nella parte bassa del teleschermo durante i film, le notizie che arrivano via e-mail, sms, perfino nella metro.
Un tripudio di "fonti" che ci danno la "vana" illusione di sapere "tutto", di conoscere e capire "come va" il Mondo, e di farci sentire parte della storia. Ma l’enorme quantità di notizie da cui veniamo quotidianamente immersi non lascia spazio alla riflessione come alla memoria, e, tanto meno, agli approfondimenti. Spesso, quello che perdiamo, è il “come va a finire…”
Per capire il mondo, però, c’è un grande bisogno di ascoltare storie, e di ascoltarle per intero, di sentirle dall’inizio alla fine. Ma l’informazione, ai giorni nostri, è un tripudio di “incipit”: se un cane ha il mal di stomaco dall’altra parte del mondo, state tranquilli che lo sapremo… se dopo un mese sarà guarito non riusciremo mai a venirne a conoscenza.
Questa specie di “malattia” dell’informazione generica (non certo quella di chi, ancora, per fortuna, fa inchieste e fa giornalismo davvero): il sapere tutto per non conoscere nulla, l’essere al corrente dell’inizio di qualcosa ed essere destinati a non sapere mai cosa accadrà in seguito o, comunque, come andrà a finire. Una malattia che "contagia" anche gli argomenti che ci stanno più a cuore, come quelli riguardanti il "mondo" delle 7 note.
L’ultimo avvenimento importante è quello che riguarda le proteste intono al Decreto proposto da Bondi, poi divenuta 'legge' per le Fondazioni lirico-sinfoniche, che stanno continuando da mesi. Ci basta guardare in casa nostra per rendercene conto: alla La Scala sono saltate parecchie repliche, con perdite intorno 1 milione e 500 mila euro. Ad accorgersene solo gli spettatori paganti. Il resto del mondo non ne ha saputo poi molto. Ma probabilmente tutto questo era evidentemente troppo lungo da inviare via sms agli utenti delle flash-news!
In questi ultimi giorni, comunque, si ci avvicina inesorabilmente al punto in cui si scopre come andrà a finire; la storia sta per maturare i suoi "frutti" definitivi. Al punto in cui siamo, in definitiva, sembra che il fronte degli scioperi sia in procinto di spaccarsi e che l’effetto più immediato sia il fatto che mentre è saltata la trasferta a Pompei della Filarmonica della Scala non sia avvenuto lo stesso per la tournée in Argentina.
I più cinici notano che la rottura è avvenuta proprio all’avvicinarsi delle date delle “trasferte”, quelle che vengono pagate "meglio", per capirci; insomma, la tesi degli "accusatori" è che di fronte al denaro anche i più riottosi sembra che inizino a cedere. Ma qualcuno (intellettualmente poco "onesto", non c’è che dire) ha strumentalizzano il tutto e parlato di un teatro “governato” dai sindacati, additando a loro anche "colpe" passate, come quella di aver fatto “dimettere” il maestro Riccardo Muti.
E' questo, appunto, un esempio tipico dell’imperante “informazione a metà”, che tra le sue controindicazioni contempla la possibilità di “riscrivere la storia”: in fondo le flash-news non lasciano molto spazio alla memoria e all’esatta ricostruzione dei fatti e pochi avranno ricordo di una questione (quella dell’abbandono di Muti) molto più complessa di come descritta e in cui solo in minima parte rientrarono i sindacati.
Certo, sarebbe d’altra parte "scorretto" dire che l’aspetto economico non conti in questa situazione: tutti gli scioperanti si sono ritrovati con una busta paga "alleggerita". Ma pensiamo che la questione sia un’altra e cioè che è forse fisiologico che, ad un certo punto, si tenda a smorzare qualsiasi tensione. Perché semplicemente l’inizio delle storie si "sviluppa", evolve in qualcos'altro, e, nel caso specifico de 'La Scala', siamo al punto in cui c’è bisogno di prendere una decisione: sciopero ad oltranza o trattativa?
Qualunque sia la scelta non si può pensare di protrarre questa situazione fino a chissà quando, a tempo indeterminato. Il nostro non è un invito ad abbandonare la lotta, è in realtà un tentativo di suggerire un "cambiamento" nel modo di fare fronte comune, nelle modalità di protesta. Lo strumento della lotta è spesso inteso in maniera univoca, come se potesse esprimersi solo nell’atto di “incrociare le braccia”; ma protestare può voler dire anche costruire, proporre, fare.
La creatività, dote così sottovalutata, giudicata lontana da terreni come quelli della politica, e relegata quale talento esclusivamente artistico, sarebbe forse da "spendere" in parecchi campi del vivere civile e sociale; vorrebbe dire contrapporre il “voler fare”, costruire, l’avere idee propositive, allo scontrarsi, colpire e affondare (quando spesso si è sulla stessa barca...). E' forse questo il vero cambiamento di cui si ha bisogno. E la creatività, le idee, sono il vero carburante di questa trasformazione, perché possono offrire una "terza via", diversa dall’arrendersi e lontana dall’arenarsi sulle proprie posizioni (seppur legittime); la creatività e le idee fanno crescere le soluzioni, fanno scoprire strade "non tracciate" prima, quelle che potranno disegnare un futuro diverso da quello che si prospetta.
Perché i musicisti della Scala non provano a realizzare "concerti speciali" per il pubblico? Perché la direzione artistica non apre la Domenica pomeriggio alle famiglie? Perché non vanno nei quartieri della periferia della città a suonare? Perché non fanno in modo di far capire alla società milanese qual è il valore aggiunto che la loro musica può offrire?
Ognuna di queste occasioni potrebbe trasformarsi in un momento utile a spiegare al pubblico le proprie ragioni, per acquisire consenso e l’appoggio dell’opinione pubblica sempre tenuta a bada dalle "notizie a metà" di cui sopra, perché quando la gente si "muove" è capace di far prendere ai politici, sondaggi alla mano, anche decisioni "drastiche".
Rimanere ancorati nelle proprie posizioni in maniera "perenne" non conviene a nessuno, né a chi lotta né a chi governa. E allora diamo spazio alle idee, diamo spazio ai grandi sogni, diamo spazio a qualcosa che esca fuori dalla palude in cui rischiamo di finire tutti. Il mondo della musica e dell’arte dovrebbe farsi carico di una protesta creativa, culturalmente stimolante, che contenga tutte le "sacrosante" richieste di teatri, enti e soggetti vari, ma che allo stesso tempo possa suggerire alla società civile italiana quella “terza via” di cui tutti abbiamo bisogno per ritrovarci un giorno fra le mani il futuro che oggi sappiamo, forse, sognare…
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