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Quando il pianoforte divenne il pianoforte

Schumann e Chopin: vite diverse, "mondi" distanti, ma "legati" dalla musica

20/03/2010 - 16:29

“Giù il cappello signori, un genio!”

È possibile riconoscere un genio ascoltando un brano tutto sommato non fra i suoi migliori? È possibile riuscire ad “intravedere” in pochi minuti di musica di un autore, poco più che diciottenne, il marchio di un genio? Beh, nel caso di Robert Schumann la risposta è decisamente affermativa.

Sono queste, infatti, le parole che Schumann scrisse sulla rivista musicale da lui stesso fondata, la "Neue Zeitschrift für Musik" e riferite all’opera 2 di un giovane e sconosciuto compositore polacco: si trattava di Fryderyk Chopin.

La 'reazione' del giovanissimo compositore, da poco arrivato nella “effervescente” Parigi, non mostrò, a volerla dir tutta, toni di gratitudine… ad un amico scriveva di un “certo tedesco” (Schumann, appunto) che aveva dato alla sua musica spiegazioni a suo dire del tutto inappropriate, inventandosi storie e interpretazioni che lui stesso non aveva idea ci fossero in quelle note… non si può dire che il nostro Chopin avesse un bel caratterino, dunque…

Oggi guardiamo con simpatia a questi…battibecchi d’autore, tra nomi che per noi hanno ormai del leggendario: certo è che i toni entusiastici di quella recensione, rimasta giustamente nella storia, hanno del profetico e mai Schumann scrisse parole più vere.

Parole che sono forse l'unico filo che lega questi due musicisti nella loro vita; ad accomunarli, però, c’è molto di più, un mondo intero, fatto di legami profondi, in luoghi lontani dal mondo; un “mondo” che condividevano, che in qualche modo univa artisti così diversi: un mondo che aveva un nome, una 'forma' e una 'storia' ancora da scrivere: il pianoforte.

È tra le loro mani che il pianoforte è diventato grande, dopo un’ “infanzia” incerta e un’affermazione lenta negli anni del classicismo di Haydn, Beethoven e Mozart.

Un percorso, quello del pianoforte di Schumann e Chopin, che ci propone di intraprendere il pianista Maurizio Pollini, che ha concepito, per il pubblico del Teatro alla Scala, un intero 'ciclo' dedicato ai due compositori di cui quest’anno ricorre il bicentenario della nascita. Il programma del prossimo appuntamento, domenica 21 Marzo, alle ore 21, ci darà l’occasione di ascoltare, l’uno accanto all’altro, alcune delle "pagine" più belle e insieme "visionarie" dei due compositori.

Un confronto che passa attraverso le mani sapienti di Pollini, capace di passare con disinvoltura dal 'complesso' pianismo schumaniano alla plastica fluidità di Chopin. Un confronto da cui non trapelerà alcun debito di nessuno dei due autori verso l’altro, tanto è forte la personalità e la "cifra" stilistica di questi due “giganti”: eppure nasceranno corrispondenze, rimandi inaspettati, convergenze inattese.

Schumann e Chopin, così diversi e così originali, si “incontrano” idealmente lungo un sentiero comune: quello di una sensibilità drammatica, esasperata da un Romanticismo in cui la vita è arte e l’arte è vita; quello di sonorità visionarie, nate da pensieri poetici "spinti" al limite dei sogni, un mondo onirico in cui la realtà è tutt’uno con il mondo interiore dell’artista.

Un sentiero comune che ha “trasformato” il pianoforte, che lo ha reso un “luogo dell’anima”, un mezzo di esplorazione privilegiato per tutto il resto della sua storia, da allora fino ai nostri giorni.

Una “rivoluzione” dopo l’altra nelle pagine di Chopin: una scelta consapevole, una scelta dettata da una sensibilità che aveva visto in quello strumento potenzialità che mai nessuno prima aveva immaginato: con Chopin nasce il pianoforte moderno, nasce un nuovo modo di concepire uno strumento che fino ad allora era solo un discendente del clavicordo (per molti del clavicembalo) e che, con Chopin, divenne il pianoforte, con una sua identità, con i suoi colori, con le sue sfumature.

Per tutta la sua vita la sua ispirazione rimane indissolubilmente legata a questo strumento: un rapporto d’amore con tanto di gelosie… ogni altro tentativo di Chopin di dedicarsi a generi in cui il pianoforte non era in primo piano (per la verità davvero pochi), non custodiscono una bellezza paragonabile alle "pagine" pianistiche.  

Poi Schumann: genio ora contemplativo, ora istintivo, visionario più di ogni altro, capace di sonorità di una modernità che ancora oggi ha dell’impressionante. Sul pianoforte l’autore tedesco ha “riversato” la sua inesauribile fantasia, tutte le sue inquietudini, da lui rese dei veri e propri personaggi: i suoi Florestano ed Eusebio, maschere “carnevalesche” indossate da ogni uomo, l’una appassionata e combattiva, l’altra meditativa e serena, hanno preso forma nelle sue pagine per gli 88 tasti e hanno inventato un mondo sonoro fatto di “slanci”, d’amore, di dolore, di visioni così vicine a quella follia che lo porterà via dal mondo qualche anno prima della morte…

Sarà curioso scoprire quanto a percorsi così differenti nelle scelte di vita vissuta corrispondano interiorità così profondamente legate, mondi che si “sfiorano”, che si “toccano”… mondi distanti, ma capaci di “incontrarsi” tra i sentieri dell’arte, là dove hanno casa, se non le anime, senz'altro i sogni...

Autore: giuseppe.califano@milanoweb.com

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