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A leggere i commenti del nuovo spettacolo della Fura dels Baus, che ha messo la sua firma sul "Tannhauser" di Richard Wagner al Teatro alla Scala in questa seconda metà di marzo, ritorna in mente il vecchio adagio: "Si nasce incendiari e si muore pompieri…"
Tutti “rivoluzionari” quando si è giovani, innamorati, adolescenti…fino a che non ci si scopre equilibrati e pacati più di coloro che contestavamo. E l’adolescenza della 'Fura' è stata tra le più turbolente degli ultimi anni: i “cattivi” del teatro, i provocatori per eccellenza, incendiari per mestiere, per presa di posizione, per principio.
Hanno “estremizzato” ogni pensiero, portato al limite ogni “immagine”, ogni sfumatura; al mondo della cultura hanno regalato un momento di “chiarezza”, di quella sconvolgente quanto rara, come se ad ogni scena ci “urlassero”: "Signori, chiamiamo le cose con il loro nome!”.
E così hanno dato vita ad un teatro liberatorio, violento perché hanno esorcizzato le paure sbattendole in faccia al pubblico, portando alla luce tutte le ossessioni contemporanee come il nudo, il sesso, l’eros, la crudeltà, la corruzione, le 'bassezze': tutto senza mediazione e senza traccia di ‘inibizioni’.
Hanno “denudato” ognuno di noi, nella realtà del palcoscenico come nella ‘simbologia’ che si cela dietro ogni scelta registica.
Dunque, a quanto pare, il gruppo teatrale catalano, per questo spettacolo alla 'Scala', ha scelto una strada inaspettata. E allora il dubbio si insinua tra gli ammiratori delle “gesta” esasperate della 'Fura': ripensamento di una poetica o solo “variazione al tema”? Sicuramente la forza evocativa, la carica provocatoria e la potenza immaginifica della loro "Tetralogia wagneriana" era difficilmente eguagliabile, ma senz'altro segnava una strada precisa, che meritava di essere percorsa ancora.
Torneranno sui loro passi?
Per capire davvero bisognerebbe "insinuarsi" nella mente creativa della 'Fura': ma in un ipotetico viaggio virtuale attraverso le sinapsi "scintillanti" di chi crea sarebbe difficile comunque capire le ragioni di scelte poetiche così complesse.
Persi tra i “lampi” da cui nascono le idee non riusciremmo a 'distinguere' che immagini confuse, non altro che istanti, ipotesi, congetture. Riusciremmo a vedere, ma non a capire.
Perché questa volta le scelte della 'Fura' sono da ascriversi non alla creazione, ma ad una logica ferrea: in questa scelta di essere "light", come loro stessi hanno definito questo loro ultimo spettacolo, si “intravede” la voglia di non rimanere ancorati ad alcun cliché, di non diventare qualcosa di 'prevedibile', di scontato.
Insomma, per chiamare le cose con il loro nome, come ci hanno insegnato, hanno avuto paura di essere vittime di loro stessi.
Dunque la 'Fura dels Baus' si ritrova ad affrontare la propria maturità: come capita ad ognuno, deve scegliere cosa essere, come esserlo, cosa fare per esserlo. Certo è che, come fan, è difficile mantenere l’equilibrio nel 'valutare' le loro scelte, quel senso dell’equilibrio che loro stessi hanno per anni "sconvolto".
Perché almeno all’arte andrebbe concesso di rimanere "eternamente adolescente", di sfuggire alle leggi del tempo, alle strade tracciate, ai "percorsi lineari" di cui sono fatte le vite di ognuno. La poesia non ha la logica dei "processi biologici"; la poesia insegue 1.000 cose che ne sono fuori, che sono fuori da noi.
E allora la 'Fura' dovrebbe provare a non crescere.
Non è un invito a rimanere così com’è: un’arte senza evoluzione, senza direzione, sviluppo, senza una "dinamica interna" è destinata ad estinguersi. È un invito ad evolversi nella direzione già intrapresa: tornare indietro sarebbe come "diventare grandi".
L'equilibrio... noi tutti ne abbiamo da vendere, come è giusto che sia ma, almeno la 'Fura', attraverso le sue visioni, ci lasci sognare, almeno in teatro, almeno una volta ancora, di essere dei meravigliosi incendiari…
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