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Per tastare il fenomeno non vi servirà "spostarvi" poi troppo. Vi basterà dirigervi in una qualsiasi delle sale da concerto milanesi per averne la prova più inconfutabile: il pubblico c’è, ma l’età media non contempla numeri al di sotto del… 60.
Insomma, il pubblico non manca (certo se parliamo di musica contemporanea iniziano ad esserci problemi anche di presenze…), ma la media dell'età è alta e il “problema” è sotto gli occhi di tutti.
Perché è un problema? Forse è una domanda che nessuno si è davvero mai posto. Il paradosso è che tutti sanno che è un problema ma nessuno poi sa bene perché. Colpa della disinformazione. Nessuno ne parla, nessuno indica ragioni. E se nessuno ne parla, nella società che ci ritroviamo fra le mani, è un po’ come se la questione non esistesse.
Il problema però è reale e non può lasciare indifferenti, ed è concreto, più di quanto si possa pensare. Il mondo della cultura è un "indice di benessere" sociale, innanzi tutto, e se “soffre” allora vuol dire che il malessere appartiene a tutti. E se i giovani “latitano” laddove la cultura è di casa, allora vuol dire che il malessere è soprattutto delle nuove generazioni.
Pubblico non si nasce, pubblico si diventa. E per diventarlo devono essere in molti a “lavorare”. Come fare? Non abbiamo la presunzione di avere una ricetta per una questione così complessa, ma un ingrediente, fondamentale, pensiamo di conoscerlo: bisognerebbe parlare di cultura, parlarne fino allo sfinimento.
Spesso l’arte non è fra gli “argomenti” proposti ai giovani, in nessun contesto. La scuola, ormai da anni, ha rinunciato ad “investire” su tutte le materie che abbiano a che fare con l’arte. I mezzi di comunicazione relegano in spazi sempre più "angusti" l'argomento "cultura" che pare non avere mai abbastanza audience, e l’audience, si sa, è l’oscuro “dittatore” che governa i mass-media, a torto e/o a ragione.
Nella nostra Milano qualche tentativo ammirevole arriva dalle stesse istituzioni musicali che realizzano progetti ad hoc, come l’Orchestra dei Piccoli Pomeriggi Musicali, la rassegna “Crescendo in musica” dell’Orchestra Verdi e tutte le attività del ricco panorama di piccole associazioni che lavorano “silenziosamente”.
Ma tutti dovremmo "combattere" per "trascinare" i giovani nei luoghi della cultura. Metterci del nostro. Lasciare che conoscano l’arte, che la “tocchino”, lasciare che si innamorino, che non ne possano più fare a meno. La cultura stessa è il rimedio: perché offre una strada, una possibilità, una soluzione per il proprio malessere, una "riserva" di spiritualità, di bellezza, che può "salvare".
Una visione "idealistica", astratta? Forse è questo il malessere del mondo d’oggi: non riuscire più a guardare oltre, non "fidarsi" di un sogno, di un progetto, di una motivazione.
Ma ho le spalle coperte, perché per rispondere (preventivamente) alla “piacevole accusa” di essere un idealista, porterò in mia difesa le parole ben più autorevoli di un uomo come Paolo Grassi, personaggio importantissimo, uno di quelli che ha reso Milano la capitale culturale d’Italia. “La società ha bisogno di tensioni ideali più che di efficienza”.
Beh, è questo il problema di cui nessuno parla, che tutti conoscono e nessuno sa definire.
La nostra società è povera, e la cultura, il luogo in cui nascono le spinte ideali, non ha pubblico di giovani fra le sue fila. E allora, se i giovani non siedono nelle sale da concerto, nei teatri, se non si appassionano all’arte, alla scrittura, alla bellezza, il problema non è solo di chi gestisce un teatro o allestisce una mostra: il problema è di ognuno di noi ed è relativo al mondo che vorremmo e al futuro che sogniamo.
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