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Dicesi finanziamenti "a pioggia", ovvero i soldi statali "regalati" un po’ a tutti, per capirci: sia ad enti utili che ad enti non inutili, ma che, senz’altro, potrebbero anche farne a meno. “A pioggia” perché così tutti sono "contenti", soprattutto gli "amici" (o i fiancheggiatori) dei politici: questi finanziamenti, fatti senza criterio alcuno (il "criterio" per la verità ci sarebbe, ma è quello sbagliato), sono assegnati fondamentalmente con l’obiettivo di creare (o mantenere) "consenso".
Ciò che stupisce è che si discute in “merito” ai finanziamenti e al modo in cui devono vivere o sopravvivere i soggetti che hanno a che fare con la cultura e nessuno sembra sottolineare "altri", importanti, aspetti. Uno su tutti stiamo per spiegarvelo.
I politici odierni, aldilà della "competenza", talvolta inesistente riguardo ad alcune materie su cui legiferano (musica classica e arte in primis), parlano del "male dei finanziamenti a pioggia": perché hanno il sapore dell’assistenzialismo, che ha reso gli enti finanziati "privi di idee" per attirare fonti private. E saremmo anche d’accordo. Ma, forse, i vari governanti "dimenticano" una cosa: sono 'loro' ad assegnarli.
I politici locali, i politici regionali, i politici nazionali: ognuno ha tirato l’acqua al suo mulino, come è quasi "doveroso" negli usi e costumi italiani, e ora colpevolizzano quelli che lavorano in teatro.
Per chiarezza: se l’Arena di Verona (solo per fare un esempio) ha 600 stipendiati (e siamo d'accordo che siano troppi) la colpa non è di chi ci lavora dentro ma di chi li ha assunti: sembra anche banale doverlo sottolineare tanto è chiaro, ma a non dirlo esplicitamente alla gente rischia di trasmettere il messaggio, sbagliato, dell'auto-assunzione di questi dipendenti.
E dunque si parla di regolamentare il “mercato” dei finanziamenti pubblici (perché di "mercato", e non di sistema o metodo, si tratta) come se si trattasse di introdurre una regola che vada a colmare un vuoto normativo occupato abusivamente da soggetti "anarchici", enti lirici o loro simili, che avevano deciso di vivere "sulle spalle dello Stato". Ma oggi, fino a prova contraria, gli Enti fanno domanda di finanziamento, nel rispetto dalla legislazione vigente, ed ottengono i quattrini soltanto dopo l'accoglimento della domanda da parte degli organismi amministrativi competenti.
Appunto la provvista viene concessa da una Commissione che è nominata (e stipendiata allo scopo) dalla 'politica'. E il criterio di assegnazione è assolutamente "politico". Politico nel senso più estensivo del termine a livello nazionale ma locale.
Così non sarà mai possibile realizzare progetti che guardino lontano: dove anche sembra che la politica non c’entri e gli assessori alla cultura siano pieni di buona volontà, anche là non c'è il “potere” di promettere nulla a chi si propone di mettere su un 'festival' che duri nel tempo. Tutto ciò che è finanziato ha bisogno di un riscontro immediato: l’opinione pubblica, il sondaggio hanno il sopravvento su qualsiasi idea di lungimiranza, su qualsiasi disegno a lunga gettata… e si continua ad andare avanti a tentoni, come quando si cammina sulle strade sconnesse che (non a caso) da sempre percorrono la nostra bella Italia.
Una logica che si è imposta anche nell’episodio dei "tagli non concordati" tra Tremonti e Bondi: il Ministro dell’Economia doveva far quadrare i conti e ha sforbiciato. E si giustifica dicendo che l’Europa l’ha chiesto. E chi lo nega? Ma la logica del "non concordare" dimostra che chi ha messo in piedi la manovra considera gli enti culturali come una massa informe e in definitiva tutti "uguali" (avete provato a leggere cosa mette insieme la lista nera?) e che la logica è ancora una volta quella del risultato "innanzitutto".
Un po’ come è stato fatto per gli immigrati sui "barconi": il problema è che arrivano? Beh, fermiamoli. Gli effetti "collaterali" non contano. Forse non esistono. O no?
Poi, per fortuna, qualche "sorpresa": il buon senso sembra essersi impossessato per un attimo della politica e Bondi (tu quoque) ha protestato per non essere stato "interpellato" rispetto ai nomi della famigerata "lista nera" dei 232 enti cui eliminare i "viveri". Ed ora si prenderà 60 giorni per trovare (se esiste in scienza) un criterio per i tagli, che rimangono comunque confermati.
Cambierà la "forma", cambierà (forse) un po' la "sostanza", ma nel "principio" non cambia nulla.
La cultura rimane uno "strumento" della politica, serva del potere.
A voler pensar bene potremmo dire che tagliano sulla cultura per non tagliare sulla Sanità.
Ma a voler pensar male (e, si sa, è peccato, ma quasi sempre...), i nostri politici vorrebbero l’immunità dalla cultura. Perché la cultura crea un senso critico, crea la partecipazione, stratifica una società che tutti sognano "omologata", ma che omogeneizzata non vuole e non sa essere, nonostante tutti i tentativi imperativi.
Presto l’abbondante "pioggia di finanziamenti", che si è abbattuta per anni sulla penisola, si ridurrà ad una lieve "pioggerella estiva", sensibile alla variabile politica e dunque alla variabilità del consenso e ai "cambiamenti" di schieramento/partito/corrente... fino all'ultimo anella della catena del comando.
E finché sarà così queste fastidiose nuvolette non andranno mai via, e non vedremo mai il sole splendere sulla, pur ricchissima, tradizione culturale del nostro Bel Paese…
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