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“Ma tu ce l’hai un’idea?”.
Così Stefano Benni esordisce in una delle sue ballate… l’origine della crisi è tutta lì. Nella crisi delle idee. Non ce ne sono, se ne cercano disperatamente: nel frattempo, il teleschermo macinante, "di tutto e di più", o tv, ha bisogno, per sopravvivere, di qualcosa, qualsiasi cosa, purché sia rumoroso e clamoroso. Come certi tossicomani che, in crisi di astinenza, assumono "qualunque" cosa.
E allora di idee se ne prendono di già fatte e si riscaldano un po’ come una minestra e gli autori si spremono le meningi per cercare di tirar fuori dal cilindro qualcosa che stupisca, che crei scalpore. Ma la musica ha bisogno di meraviglia non di stupore, è la gente che ne ha bisogno.
Le serate Rai della scorsa settimana, comunque, hanno stranamente riguardato l’opera (in un senso molto ampio del termine). Qualcuno ha addirittura sperato in una nuova stagione di musica nel piccolo schermo: ma poi anche ai più ottimisti sarà bastato guardare i primi 5 minuti della trasmissione condotta da Antonella Clerici, in diretta dall'Arena di Verona, per capire che eravamo di fronte ad un piccolo "disastro di divulgazione" (ma come spettacolo televisivo andava benissimo...).
Le operazioni messe in moto, come anticipato, sono state di quelle da minestra riscaldata: abbiamo rivisto sul palcoscenico 3 tenori (impossibile anche solo un paragone con le capacità teatrali, canore e anche telegeniche dei 3 predecessori); sono state fatte cantare "arie" ai cantanti pop; la Clerici ha indossato i vestiti tipici di ogni opera, ricordando i suoi “travestimenti” sanremesi.
Dunque: cantanti come star, artisti pop che fanno l’opera e una presentatrice che è la stessa che ci ritroviamo al Festival di Sanremo. Insomma, l’idea che era nell’aria, il luogo comune imperante che vede le arie delle opere come canzoni ha avuto la sua (squallida) "consacrazione".
Ma in fondo questo è lo stesso (Bel) Paese che chiama "classica" la musica di Allevi e "opera" un certo numero di canzoni che Dalla ha messo insieme per il suo “Tosca amore disperato” altro spettacolo andato in onda la scorsa settimana in prima serata Rai. Anzi, altro che "spettacolo", bisogna dire che è un’ "opera". O almeno questa è l’operazione culturalmente disonesta (non troviamo altro modo, elegante, per definirla) che si tenta di fare.
"Opera" è un termine antico. Vuol dire cose nobili, è carico di storia e di storie: ora “opera” è diventato un miscuglio indefinito di canzoni, brutte, incapaci di qualsiasi forza drammatica, di qualsiasi profondità tematica. Un esperimento che avrebbe avuto senso se la “Tosca” di Dalla fosse stato un capolavoro. Non solo non lo è, ma è probabilmente la cosa peggiore che Dalla abbia prodotto nella sua carriera. Il "Notre-Dame de Paris" di Cocciante era ancora un musical, e come tale è stato valutato. Definire opera questa serie di canzoni messe in fila senza alcun criterio non conviene a nessuno, soprattutto ad uno spaesato Dalla che pensa di essere un 'compositore'.
Se Allevi è il nuovo Mozart, infatti, il marketing preme per far credere che lui sia il nuovo Puccini. Ma non abbiamo timore che la gente cada nella trappola di questa equazione. I livelli qualitativi dei nomi in questione (non ce ne vogliano Allevi e Dalla, ma insomma parliamo di Mozart e Puccini...) in futuro non lasceranno spazio ai minimi dubbi.
E comunque bastavano pochi minuti a chiunque per capire che non era Puccini: nella pseudo-opera di Dalla abbiamo visto gente che si "dimenava" sul palcoscenico mentre la melodia era dolce e lieve (per non dire altro); abbiamo visto "trovate" alla “Sex and the city” che i grandi registi che lavorano nei teatri (meno famosi di Lucio Dalla e di tutti gli altri) hanno superato da anni; parole e testi da romanzo rosa che ci hanno smisuratamente fatto amare e venire nostalgia di due poeti come Giuseppe Giacosa e Luigi Illica (librettisti di Puccini).
Tutto questo ha a che fare con il livello di cultura musicale in Italia e con l’idea patinata che c’è della lirica proprio qui da noi dove è nata e che non va via. Il nodo alla gola che viene alla Clerici per la fine che fa Madama Butterfly è quello di chi guarda un film d’amore che finisce male, quasi fosse il sequel di “Autumn in New York”. Chi va a spiegare all’ingenua presentatrice che quella in realtà è una storia di turismo sessuale? Chi spiegherà al pubblico che Violetta non era una che faceva una vita solo "dissoluta", ma una prostituta a tutti gli effetti che s’innamora di un cliente? (altro che "Pretty woman"…)
Insomma, "avvicinare" i generi è un conto, far finta che siano la stessa cosa è veramente troppo: un'idea di contaminazione molto banale che finisce per sminuire lo spettacolo di maggior valore (l’opera in questo caso). E tra l'altro non può essere di certo considerata "contaminazione" il semplice accostamento di arie e canzoni.
La divulgazione ha bisogno di altro: ci riferiamo ad idee vere, ad hoc, come quelle proposte dal canale “Classica” per la televisione o di alcune trasmissioni Rai che anni fa ancora si poteva sperare di vedere. La divulgazione, oggi, la fanno sul campo gli Enti, i musicisti che non riescono a tenere per sé questa passione, le associazioni che vanno nelle scuole e mettono degli strumenti musicali tra le mani dei bambini. E il livello di quella divulgazione è alto più che mai, fatto di idee innovative, nate da anni di studi di pedagogia, dagli sforzi di chi dedica all’educazione la propria vita, dalla pratica quotidiana nello stare a contatto con i bambini, dai progetti nati nelle biblioteche dove le persone sono guidate nell’ascolto della musica come nella lettura di un libro.
Insomma, come sempre da noi tutto è rivisto al "ribasso": chi ha ideato lo spettacolo dell’Arena non ha fiducia nella gente, non crede che le persone possano capire, non crede che possano appassionarsi alle avvincenti storie custodite nelle opere. Così
ogni “tentativo” finisce per diventare uno spettacolo della rassegnazione, triste e inutile, capace di vanificare gli sforzi di chi vi ha lavorato. Un modo per creare nuovi turisti occasionali dell’opera, esattamente come quelli che arrivano all’Arena ogni estate e che, dopo il primo atto, vanno via…
Insomma, si cercano idee, più che mai. Se ve ne viene una, vi raccomandiamo, gridatela forte.
Ce n’è davvero bisogno...
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