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No se puede matar el toro. Non si possono uccidere i tori. L'interdizione della corrida, decisa ieri mattina dal Parlamento della Catalogna, che allinea Barcellona alla posizione abolizionista adottata già nel 1991 nelle Isole Canarie, entrerà in vigore a partire dal 2012.
Niente più tauromachie in Plaza de toros monumental, l'unica arena di combattimento rimasta attiva in tutta la regione catalana. Una data storica, che segna la seconda importante vittoria delle organizzazioni animaliste, impegnate fin dal 1989, anno della prima manifestazione "anti-fiesta" tenutasi davanti ai cancelli della Monumental de las Ventas di Madrid, in una battaglia senza sconti contro un'usanza tra le più amate e contestate della storia.
Soltanto lo scorso anno sono stati ammazzati 14.000 tori, per un giro d'affari da 1,5 miliardi di euro e un indotto occupazionale di circa 200.000 lavoratori.
Lo spettacolo sanguinario affonda le sue radici storiche ben oltre i confini della penisola iberica, nei giochi dell'antica Roma, in cui gladiatore e animale si affrontavano sotto gli occhi dell'imperatore in una lotta all'ultimo sangue. Posta in palio: la vita.
Ancora oggi, la sfida tra il torero e il mastodontico bovino comporta per il "matador" il rischio di morire, con una differenza tuttavia significativa: sia che vinca, sia che venga graziato, il toro verrà comunque ucciso nel mattatoio della plaza de toros.
La tauromachia spagnola promette agli "aficionados" una raccapricciante escalation di violenza: in un primo momento, l'animale viene ferito dalle lance dei "picadores" e dalle acuminate bandiere d'acciaio dei "banderilleros", che ne indeboliscono la forza. A questo punto, tra gli applausi della folla, fa il suo ingresso l'antagonista per eccellenza, munito di cappa (rosso fuoco) e spada, che in quella che viene definita “l'hora de la verdad”, l'ora della verità, con un'abile stoccata sul dorso del toro, in corrispondenza del collo, ne deciderà la triste sorte.
Il provvedimento firmato dalla Catalogna, d'altra parte, si adegua ai sempre minori consensi che gli stessi spagnoli accordano alla corrida. Lo stesso premier Zapatero ha sempre disertato la manifestazione. La popolarità della tradizione è in "caduta libera", i sondaggi dicono che è seguita appena dal 25% del Paese, anche se non si considera il successo che la tauromachia continua a riscuotere in America Latina, dove il cruento spettacolo rappresenta una delle più infauste eredità dei Conquistadores.
A "spegnere" l'esultanza degli animalisti ci ha pensato anche Mariano Rajoy, leader dell'opposizione al governo socialista, che nel Parlamento di Madrid e di Valencia ha messo a segno una serie di mozioni che definiscono la corrida un “bene di interesse culturale”. La strada per liberare il toro dal giogo del "matador", insomma, è ancora lunga.
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