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L'ubiquità dei politici di casa nostra

Il multiplo incarico produce una moltiplicazione di compenso e non di responsabilità

04/07/2010 - 20:30

Il dono dell’ubiquità, a quanto è dato sapere, non sarebbe una dote umana (se non di alcuni baciati dalla santità, per chi ci crede). Certo la tv riesce nell’acrobazia di moltiplicare spazi, luoghi e persone: succede così che ci ritroviamo in più salotti televisivi, in orari ravvicinati se non sovrapposti, le stesse facce (che, in verità, dicono più o meno le stesse cose...) ma che effettivamente sono immerse in contesti diversi quasi nello stesso istante.

La scienza della duplicazione, come minimo, è coltivata, con passione, più dai politici che dai ricercatori. Finché riguarda la tv il trucco è presto svelato, ma quando l’argomento riguarda la contestuale occupazione delle cariche (o poltrone), beh, allora tutto diventa più "complesso". L’ultimo caso, ma solo in ordine di tempo, riguarda la Società per le Belle Arti e Esposizione Permanente che ha riconfermato al suo vertice Guido Podestà, già nominato, con voto popolare, nel "non banale" (o sbagliamo?) compito di presiedere, appunto, la Provincia di Milano.

E’ un mal costume tipicamente italico quello di affidare ad un unico soggetto più ruoli, mettere nelle sue mani più poteri, concentrare nella sua testa più problemi (a volte anche in antitesi): un’eccessiva fiducia in questi uomini forse muove chi li sceglie o li conferma nelle stesse cariche, o forse l’inseguire uno spettro di autorevolezza che da quel nome dovrebbe derivare. Dall’altra parte il politico di turno insegue a sua volta (o cerca conferma) di un prestigio che dovrebbe derivargli dal ricoprire ufficialmente molte cariche (che normalmente sono espletate, nei fatti, da qualcun altro tramite apposite 'deleghe'), in particolar modo quelle artistiche che sembrano donare un'aura da intellettuale assolutamente irresistibile e impareggiabile.

Ma il meccanismo tutto televisivo dell’ubiquità “trasposto” nella realtà crea situazioni paradossali: il concentrare cariche nelle mani di una stessa persona prescinde da un primo parametro, "chiave", del tempo disponibile, ma anche da un secondo, "decisivo", della competenza sui temi.

Nell'arte, ad esempio, è indispensabile una sostanziata "base" di conoscenza, che non è solo una banale raccolta di informazioni, ma la capacità di elaborare delle correlazioni tra i dati in grado di produrre una certa utilità e di estrarre dalle opere un messaggio che è "incorporato".

L'impegno del multi-manager (privato o pubblico) al di fuori delle magie della tecnologia corrisponde necessariamente ad una stratificazione del tempo che ha a disposizione, un tempo che diventa dunque "virtuale". E se lo “spessore” dell'uomo (in quanto reale) rischia di produrre sue copie sempre più assottigliate, fino a diventare “trasparenti” in termini di 'valore aggiunto'.

Insomma, se il tempo che i manager dedicano alle loro cariche è solo "virtuale", l'incarico diventa, inevitabilemente, anche improduttivo, dunque inutile ai fini del raggiungimento di risultati. Con un'assunzione di responsabilità che è sempre e solo "attiva" (del manager verso l'esterno) e mai "passiva" (degli stakeholder nei confronti del manager), creando, quindi, uno squilibrio di rapporti che si estrinseca, necessariamente, in una relazione insoddisfacente.

Proprio l'assenza di (ogni o quasi) responsabilità è il peggior "male" che attanaglia il sistema italico di Amministrazione Pubblica, che, godendo di un'impunità sovrumana, fortemente sperequata rispetto al soggetto privato, è riuscita a trasferire questo tumore incurabile nell'impresa, prima attraverso aziende di monopolio, poi scendendo più in basso, fino alle municipalizzate o ai centri di formazione professionale comunali (dove non si insegna a fare il Sindaco o il Segretario Generale).

Pensate all'eredità, culturale e manageriale, lasciata dallo Stato all'impresa privata (e ai cittadini) con gli ex-monopoli, poi "privatizzati", di telecomunicazioni e trasporti (telefonia, aerei e ferrovie), che sono dei "carrozzoni" indipendenti, ancora, dalle regole del libero mercato, che offrono all'utente (ma forse bisognerebbe parlare di 'paziente', come in Sanità) un solo, imprescindibile, "diritto": quello di pagare. Senza il rispetto dei contratti (in genere "per adesione") e dei garanti, spesso indipendentemente dalla tipologia del servizio offerto o previsto.

Il tempo che i politici dedicano alle loro 'cariche' è, pertanto, "virtuale" tranne nel momento cruciale dell'affidamento di forniture o mandati, ovvero quando il “potere” si esprime nel modo più "concreto" per chi lo esercita, ossia nell’elargizione tutta italiana (e forse non solo) dei "favori", per fondare o consolidare il consenso al mantenimento, se possibile "eterno", della poltrona.

Ma la concentrazione di poteri è caratteristica del nostro tempo e la tv in fondo è solo un terminale, una delle tante valvole di sfogo dell’egocentrismo esasperato di chi si sente (o vuole essere) protagonista, nel suo piccolo anche della 'storia', fosse anche della "spaccatura", sempre più ampia e sempre più evidente, della relazione tra il popolo ed i suoi 'rappresentanti'.

La mistificazione è, dunque, inscenata quotidianamente, soprattutto mediante la televisione, che rischia di farci confondere tra "vero" e "rappresentato", tra le cose possibili con le vicende da fiction, fino al punto da farci credere attuabile anche l’ubiquità, fino a lasciarci pensare che in quel tubo catodico, dove immergiamo i nostri occhi quotidianamente, si trovi proprio la realtà…

 

Autore: giuseppe.califano@milanoweb.com
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