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Il rapporto Ambrosianeum vede un “Patto cittadino per la Conciliazione”; invece noi...

11/07/2010 - 10:30

... pensiamo che il cittadino debba tornare a essere protagonista e non più "solo" spettatore.

Il rapporto sulla città curato da Ambrosianeum e Fondazione Cariplo è considerato uno degli "strumenti di analisi" sul welfare milanese più "puntuali". Non fa dunque "piacere" - ma come potrebbe essere altrimenti - leggere nel documento presentato pochi giorni fa agli operatori dell’informazione, che la politica milanese è in mano ad oligarchie ristrette e le famiglie, vessate ed abbandonate, non sanno più come affrontare questa difficile crisi.

Famiglia e politica, 2 poli che sembrano sempre più distanti sempre meno comunicanti. Tra le notizie dei giornali di ieri, Sabato 10 Luglio, spiccava un’inchiesta secondo cui l’80% dei milanesi non vuole l’Expo 2015. Noi non ne avevamo dubbi. Ma, sino all’empasse attuale dell’organizzazione, dove forse "tirare i remi in barca" inizia a convenire a qualche potere forte, nessuno si era posto il problema di 'cosa' pensasse la gente.

Allo stesso modo, si evince tanto dalla lettura del rapporto Ambrosianeum quanto dalle recenti dichiarazioni di alcuni esponenti dell'Opposizione, che il Consiglio comunale di Milano è stato, di fatto, "esautorato" da Letizia Moratti, che non a caso non partecipa più, da tempo, alle sedute. E, tra gli esponenti del PdL, c’è già chi parla a chiare lettere di un Consiglio che dovrebbe avere un ruolo “consultivo” e “propositivo”. Come dire: alle decisioni ci si pensa in altra sede.

Una degenerazione del concetto di rappresentanza? Indubbiamente sì. Ma anche una forte involuzione nel senso di responsabilità, politica e sociale, verso il cittadino. E in questa direzione non favorisce l'affaire, delle ultime ore, che vede il Governatore Formigoni coinvolto, e non si capisce ancora bene perchè e come, nell’inchiesta che ha portato in carcere l’imprenditore sardo Flavio Carboni, un nome che, più del prezzemolo, rientra negli "ingredienti" di numerose inchieste giudiziarie a partire dagli anni Ottanta. Qualcuno avrebbero cercato di ottenere la riammissione della Lista Formigoni alle elezioni regionali, nei giorni della questione delle firme irregolari.

Ma lasciamo il tema ai lettori che potranno documentarsi, in qualche modo, anche attraverso alcune intercettazioni telefoniche pubblicate, sui contenuti delle indagini. Una cosa è certa: le pagine milanesi dei maggiori quotidiani (come “Il Corriere della Sera”) riportavano la notizia nella sezione degli interni, evidentemente come uno spin-off del racconto della “società segreta” che Carboni e altri sono accusati di aver creato. Nelle pagine milanesi: nulla. E questo perché la ricaduta politica della notizia nella nostra città è pari a zero.

Responsabilità e rappresentanza perché quello che è in crisi è l’idea di questo tipo di società civile. Non a caso il testo del report promosso dalla Cariplo si chiude con la proposta di un “Patto Milano per la conciliazione”. Ma la nostra è un'aggregazione di cittadini, non una guerra civile. Anche se sempre più ci tocca avere "dubbi" anche su questo.

Prendiamo il caso de 'La Scala', che ora secondo il sovrintendente Lissner rischierebbe addirittura la chiusura. Da un lato c’è chi vorrebbe andare avanti a suonare, dall’altro chi vuole incrociare le braccia. Ciascuna delle 2 parti ha le sue ragioni, mentre a parere di chi scrive la responsabilità della situazione attuale non è da attribuire, soltanto e semplicisticamente, al Decreto Bondi, ma anche a degli schemi gestionali anacronistici se non perfino illogici. I nostri enti lirici devono cambiare il proprio business model. Vi sarà indubbiamente un passaggio difficile e non indolore, ma a questo punto indietro non si può proprio tornare.

In tutto ciò, la posizione del pubblico, secondo quanto mi riferiscono persone che hanno assistito alle repliche recenti del "Faust", è : “non seccateci con i vostri problemi, abbiamo pagato il biglietto, suonate e basta”. Lo spettatore ha preso il posto del cittadino. Si ha un bel parlare di una “rinnovata visione antropologica”, a cui ci dovrebbe condurre la crisi attuale. A noi sembra invece che il modello di aggregazione preconizzato da Guy Debord si sia fatalmente avverato. È la società dell’esclusione, dove sono "attori" non istituzionali a dover rimettere assieme il corpo sociale, spesso contraddicendo le politiche e le competenze delle amministrazioni locali.

La domanda che vogliamo porre ai lettori di questo editoriale è la seguente: in cosa ci sentiamo ancora cittadini di Milano?

Proviamo a dare noi stessi alcune risposte possibili.

Anzitutto, una comunità è tale se esiste un bene comune. Un valore che sia dunque da tutelare. Si tratti degli asili nido, come de 'La Scala' o della Pinacoteca di Brera. Queste risorse non sono né di chi ci governa, né di chi le gestisce, né di chi vi lavora. Ma della città "tutta". Dunque devono essere accessibili a tutti, con processi decisionali che devono essere condivisi dai cittadini.

Poi c’è l’aspetto della pianificazione del futuro. Tutti vogliamo vivere in un ambiente ad ecologia sostenibile. Tutti vogliamo che le iniziative di riqualificazione edilizia abbiano dunque l’ambiente e i consumi al primo posto. Ma la sostenibilità deve essere accompagnata a una politica costruttiva che tenga anche presente la convenienza economica. Sappiamo di zone periferiche dove si stanno ultimando appartamenti che, con l’alibi della “certificazione energetica”, verranno proposti a cifre superiori ai 10 mila euro a metro quadro. Una casa non è una lavatrice: esiste un "punto di non ritorno", superato il quale il mercato immobiliare crea i presupposti per una nuova emergenza sociale. La casa è un diritto: in bocca ai cittadini, si tratta forse solo di uno slogan anti-sgombero. Ma la politica locale ne deve fare un articolo di fede. Quell’amministratore che coscientemente favorisce dei processi di selezione severa nella popolazione di una determinata area residenziale, sta alimentando un focolaio di problemi, e lavora da incendiario anziché da pompiere.

E, venendo al merito dell’Expo, noi non siamo "pregiudizialmente" né procontro. Vogliamo, però, rimarcare come appartenga ancora una volta ai doveri della politica spiegare alla cittadinanza quali sono i vantaggi "reali" (in seguito da "misurare") della realizzazione di un evento del genere. E poi operare affinché si realizzino opportunità di sviluppo, e non solo di guadagno, per pochi (magari i "soliti"). In mancanza di queste finalità, giustufichiamo chi si schiera “contro”: l’Expo non è una torta, ma un "passaggio" importante della nostra storia cittadina. Prendiamo esempio da Barcellona e Torino, ossia da quelle città che hanno davvero usato un evento di portata mondiale per operare una “svolta” radicale, e una riconversione delle attività, così come una riorganizzazione del territorio. L’Expo deve rappresentare per Milano uno 'snodo', in merito al quale in futuro dovremmo essere nelle condizioni di dire che c’era un “prima” e c’è stato un “dopo”. Altrimenti, facciamone a meno, e la politica, anche in questo senso, se ne assuma tutte le sue responsabilità.

Dal "generale" scendiamo, infine, al "particolare". Sempre di queste ore è la notizia che, essendosi contratti drasticamente i fondi per l’anniversario (150 anni) dell’Unità d’Italia del 2011, non si potrà più fare il museo della fotografia all’Ansaldo. Mancano, a quanto pare, 49 milioni di euro. L’assessore alla cultura Finazzer Flory si è detto "dispiaciuto", ma nelle condizioni attuali non sa dove reperire i finanziamenti necessari. In compenso, esiste una serie di strutture che si erano dette pronte a partecipare, ex post, alla realizzazione dei contenuti con cui riempire la nuova struttura. Forse dovrebbero essere loro a intervenire economicamente, almeno in parte, se ne hanno i mezzi.

Il Presidente della Triennale, Rampello, si è affrettato a rimarcare che è un “progetto troppo importante”, e dunque va fatto a ogni costo. Se è così essenziale che Milano abbia una casa museale per la fotografia, perché intanto le 2 sedi della Triennale (e non vogliamo entrare qui nel merito della confusione gestionale in cui versa Triennale Bovisa, TBVS, sempre più simile a un contenitore vuoto) non ospitano, a turno, eventi di portata significativa in quest’ambito? Perché non si prova a lavorare di concerto con l’importante struttura dedicata già esistente a Cinisello Balsamo? Perché non si destina definitivamente Palazzo della Ragione a questo scopo?

Rampello ha in continuazione compiti epocali da portare a termine, come le 5 inutili mostre sull’Arte Povera programmate in sinergia con altre strutture museali nel 2011, e che, sterili multipli di sé stesse, succhieranno finanziamenti pubblici allo scopo di celebrare una corrente già storicizzata e oggi in via di salutare riconsiderazione (e ridimensionamento) critico.

Come leggete, i temi sono diversissimi, ma al "centro" c’è sempre lo stesso problema: la gestione della "cosa pubblica". Non possiamo più permettere che ci venga "sottratta" da politici e amministratori che decidono, oltretutto fallimentarmente ed ignorando il mandato elettorale, sempre "da soli", o comunque su "istanze" che non partono da (nè ritornano a) la cittadinanza.

Riprendiamoci Milano: forse siamo ancora in tempo...

Autore: Andrea Dusio
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