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Gli evidenti "limiti" del 'pentitismo'

Ai collaboratori di giustizia sia preclusa l'opportunità di riscrivere in maniera ideologica la storia

06/12/2009 - 20:09

Il vicepresidente dei senatori del 'PD', Nicola Latorre, ha così commentato la deposizione del pentito Spatuzza al processo d’appello riguardante Marcello Dell’Utri: “La credibilità dei pentiti non dipende dalla loro fedina penale ma sta nella rigorosa verifica delle loro affermazioni. Quella di Spatuzza va valutata dalla magistratura attraverso rigorosi riscontri. Mi colpisce il fatto che 250 televisioni di tutto il Mondo abbiano potuto registrare le dichiarazioni di Spatuzza senza un loro preventivo riscontro. Anche questo è un modo di fare 'uso improprio' delle dichiarazioni dei pentiti. La scelta di pentirsi è piuttosto impegnativa e ha portato importanti risultati. Starei quindi attento a non gettare via il bambino con l'acqua sporca”.

Un’articolazione di affermazioni contraddittorie, che ben fotografano la difficoltà a interpretare univocamente i 'benefici' e i 'danni' che il Paese e la società civile possono avere dall’utilizzo dello "strumento" dei collaboratori di giustizia.

Occorre fare una premessa: il pentitismo in Italia ha avuto un ruolo importantissimo nella lotta al brigatismo e alla mafia. Senza i primi "dissociati" che iniziarono a collaborare non sarebbe stato possibile contrastare le 'Brigate Rosse' e 'Prima Linea'. E la conoscenza della complessità di 'Cosa Nostra' è stata favorita dalla strettissima collaborazione tra il “Boss dei due Mondi”, Tommaso Buscetta, e Giovanni Falcone. Val la pena di ricordare nel dettaglio quella vicenda, perché conserva un carattere esemplare per capire come e in che misura lo Stato dovrebbe avvalersi dei pentiti. Allorché Falcone venne a conoscenza dell’arresto di Buscetta in Brasile, cercò di interrogarlo il prima possibile. Ma per lunghissimi mesi dal Palazzo di Giustizia di Palermo non uscì alcun tipo di "indiscrezione". In breve, si arrivò a fare chiarezza su alcuni omicidi controversi, come quelli di Ninni Cassarà, Rocco Chinnici e Giuseppe Montana. La dissociazione di Buscetta aiutò a cambiare l’orientamento di altri boss e a instaurare un nuovo rapporto di "dialogo" tra magistratura inquirente e neo-pentiti. A ruota, Totuccio Contorno, Francesco Marino Mannoia e Nino Calderone cominciarono a “parlare”. È allora che si scatenò una vera e propria campagna mediatica, oggi del tutto dimenticata, contro il “protagonismo” di Falcone. Grancassa che partiva proprio dall’interno del Palazzo di Giustizia di Palermo, e che mirava a delegittimare l’azione del giudice.

Le istituzioni e la politica sostennero però il lavoro del magistrato. Fu Claudio Martelli, nel ruolo di Guardasigilli, a nominare Falcone Procuratore nazionale antimafia, poco prima della strage di Capaci. È importante rievocare questi fatti, perché è a quel tempo che risalgono i fatti concernenti le deposizioni di Spatuzza. In merito alle quali si è espresso, alla vigilia del “No-B day”, anche il Premio Nobel Dario Fo: “Sono rimasto impressionato dalla testimonianza di Spatuzza. Parla che sembra uno scienziato. Secondo me non ha motivo di mentire perché non ha nulla da perdere”. A Fo varrebbe la pena di ricordare che lo “scienziato” Spatuzza, cooptato in 'Cosa Nostra' da Grigoli, 'sicario' al "servizio" di Filippo e Giuseppe Graviano, dunque dei boss del quartiere Brancaccio, 'vicino' in seguito (era nel contempo avvenuta l’affermazione dei corleonesi) di Leoluca Bagarella, ha partecipato all’omicidio di Don Pino Puglisi e del tredicenne Giuseppe di Matteo, rapito e ucciso dopo oltre 2 anni di prigionia, perché il padre Santino era diventato collaboratore di giustizia, ucciso e sciolto nell’acido. È per certi versi vero che non dall’efferatezza di un criminale bisogna giudicare la verisimilità delle sue affermazioni. Ma esistono 'gesti' che si pongono evidentemente come "spia" di una peculiare disumanità. In tal senso 'killer' di professione come Brusca o Spatuzza, vere e proprie belve sanguinarie, destano da parte nostra il massimo sospetto allorché si mettono a teorizzare e declinare sofisticati 'distinguo'. Il fatto che Spatuzza durante la deposizione a Torino abbia parlato di azioni “terroristiche”, usando un aggettivo inedito per un pentito di 'Cosa Nostra', suona, a nostro parere, non già come una 'prova' di una sua buona fede, quanto piuttosto con la volontà di aderire a una costruzione teorica che va al di là della mera "restituzione" dei fatti, a cui si dovrebbe "attenere" il collaboratore di giustizia.

Ci sembra importante ricordare anche che Spatuzza è stato arrestato nel 1997, ma si è deciso a collaborare solo nel 2008. Al di là delle motivazioni (si è nel contempo iscritto alla facoltà di teologia) che lo hanno spinto a questo "cambiamento", e di eventuali 'benefici' che potrebbe ricavarne, una materia conosciuta e su cui non è il caso di tornare, vale la pena di ricordare che Buscetta collaborò da subito e non si dichiarò mai “pentito”: alla definizione tecnica del suo status non corrispose in tal senso una sua assunzione di "responsabilità morale". Ci sembra in quest’ottica che la sua testimonianza (Buscetta era sicuramente un uomo molto intelligente e di “levatura” molto diversa dalla “manovalanza” da macelleria assegnata, negli incarichi, al killer Spatuzza), oltre ad addentrarsi proprio nella "comprensione" dei meccanismi operanti all’intorno di 'Cosa Nostra', fosse avvalorata proprio dall’assenza di implicazioni etiche. “Don Masino” parlava perché gli andava di parlare, non perché "folgorato" lungo la via di Damasco...

E veniamo alla 'materia' delle deposizioni di Spatuzza, sulle quali a oggi sappiamo esclusivamente ciò che ha detto a Torino, e che verrà in qualche maniera confutato dalla deposizione dei fratelli Graviano l’11 dicembre in aula. Allorché il pentito parla di una 'Cosa Nostra' terroristica lo fa in merito alle stragi del 1992/1993: Capaci, via D’Amelio, via dei Georgofili a Firenze, via Palestro a Milano, con le contemporanee esplosioni di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al VelabroA stupire, nel merito della deposizione, è il fatto che durante l’intervento in aula alle frasi generiche di Spatuzza non siano corrisposte domande dell’accusa o della difesa. Ricordiamo che all’autodenuncia per l’omicidio di Paolo Borsellino e della sua scorta, che aveva già dei "colpevoli", ora scagionati, e che a loro volta si erano "autoaccusati" (un episodio su cui si "fonda" la sua attendibilità), corrisponde una nuova “lettura” della morte dei due magistrati, sino a oggi considerata frutto di decisioni distinte e che ora, invece, vengono "inquadrate" come esiti di un univoco "disegno" da parte dei vertici della 'Mafia'.

Attenzione, perché si tratta di un elemento fondamentale: la nuova "visione" sembra escludere l’esistenza di un tentativo di instaurare una “tregua” tra Mafia e Stato dopo la strage di Capaci, a cui Borsellino si sarebbe esposto. La versione di Spatuzza invalida l’ipotesi di un negoziato contingente a quegli eventi. Ma non va a minare, e anzi mira a "corroborare" una "lettura" del rapporto tra i due sistemi, Mafia e Politica, fondata sulla sussistenza di una 'trattativa' protrattasi per molti anni, a fronte dell’avvicendarsi dei reciprochi interlocutori.

In sintesi, dopo l’omicidio Lima, 'Cosa Nostra' avrebbe tentato di stringere rapporti con il 'PSI', cambiando di fatto "cavallo", dopo aver a lungo trattenuto rapporti più o  meno espliciti prima con la corrente di Fanfani e poi con quella di Andreotti. Ma proprio in ragione dell’atteggiamento molto duro tenuto dal Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, in coincidenza peraltro con la stagione di Tangentopoli, sarebbe dapprima maturata nella 'Cupola' la decisione di "eliminare" simultaneamente lo stesso Martelli, Falcone e Maurizio Costanzo. Una strategia poi rientrata, allorché nella Capitale sarebbero già stati "allertati" alcuni tra i killer più "affidabili" della mafia corleonese: Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro e Vincenzo Sinacori. Ma il "piano" avrebbe, secondo Spatuzza, lasciato il posto a un’apertura di dialogo nei confronti di un nuovo soggetto politico che doveva vedere la luce di lì a pochi mesi, 'Forza Italia'. È Giuseppe Graviano a "confidare" al pentito la volontà di affidarsi a Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi come nuovi interlocutori.

Resta il fatto che le "circostanze" riferite da Spatuzza riguardano più la sfera dei sentito dire e delle opinioni che dei "fatti". Non era un leader all’interno dell’organizzazione e, proprio come per altri collaboratori (Mannoia, Cancemi, Giuffré) non era direttamente informato del volere dei due 'capi', Riina e Provenzano. È come se si volesse ricostruire la 'strategia' di una 'multinazionale' e le relazioni strette dal suo management dalla conversazione con un 'quadro'. E in merito al “pentimento” c’è da dire che è "curioso" come per una volta l’opinione di Marcello Dell’Utri sembra collimare con quella di Eugenio Scalfari. Entrambi sono convinti che la “confessione” di Spatuzza rientri in un tentativo di 'Cosa Nostra' di delegittimare un Governo che continua a ottenere, in grandissima parte grazie all’azione del Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, grandi risultati nella lotta alla criminalità organizzata in Sicilia, dei quali l’arresto, nelle ultime ore, di Gianni Nicchi e Gaetano Fidanzati sono solo l’ultimo "episodio".

Da parte di chi scrive esiste infine una serie di convinzioni. Non si può affidare l’esito di una legislatura a un personaggio come Spatuzza. Le sue "parole" sono così vaghe che risulteranno difficilissime da "verificare". E bisogna stare anche molto attenti a quanto diranno i Graviano, che potrebbero parlare anche in nome di uno stesso disegno di “attacco alle istituzioni”. Meglio essere garantisti nei confronti dello Stato e della Politica che difendere, a tutti i costi, la "buona fede" di efferati criminali.

La stagione delle stragi in Italia è ancora in attesa di una verità storica. Serve prima accertare i fatti, e poi individuare i mandanti, ma sempre sulla base di 'prove'. Nel caso specifico, invece, si sta scambiando una narrazione sulla cui plausibilità non tocca a noi pronunciarsi per una testimonianza. Mancano 'riscontri' diretti. E forse se tutt’ora non sappiamo nulla di una lunga stagione di sangue lo dobbiamo al fatto che la magistratura è andata inseguendo "chimere" e non "fatti", "teoremi" invece di "prove" e "indizi". Tra qualche giorno ricade, in tal senso, l’anniversario della strage di Piazza Fontana: in 40 anni non si è "approdati" ad alcuna verità, a parere di chi scrive perché si è sempre privilegiata l’idea di dover seguire prima la “pista rossa”, poi la “pista rossa”, infine quella della “strage di Stato”, senza comprendere come l’idea stessa che sta alla base del concetto di “deviazione dei servizi”, a cui spesso si è fatto riferimento, è proprio la capacità criminale di rendere incomprensibile il legame che unisce mandanti ed esecutori.

Non vorremmo che lo stesso accadesse per le stragi del 1992-1993. Accertare la verità è una 'cosa', riscrivere ideologicamente la storia è un’altra. E gli obiettivi della politica non dovrebbero in alcun caso, a prescindere dai protagonisti, "passare" attraverso le aule dei tribunali.

Autore: Andrea Dusio
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