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Cosa c'è dietro l'attacco a Tettamanzi

La Lega Nord prova a riappropriarsi dell'identità cattolica di destra, per un'alternativa "Wasp"

15/12/2009 - 10:10

Nella polemica relativa all’attacco portato avanti da alcuni esponenti di spicco della Lega Nord al cardinale Dionigi Tettamanzi, quasi tutti i commentatori si sono concentrati sulle affermazioni particolarmente "dure" del ministro per la Semplificazione del programma Roberto Calderoli: “La grande capacità della Chiesa territoriale dovrebbe essere la vicinanza con il territorio. Tettamanzi con il suo territorio non c'entra proprio nulla. Sarebbe come mettere un prete mafioso in Sicilia. Perché non è mai intervenuto in difesa del crocifisso? Perché parla solo dei rom?”.

Oppure sulle dichiarazioni del vice-ministro Roberto Castelli: “Tettamanzi fa parte di quella corrente di pensiero della Chiesa relativista, mondialista... e poi appoggia un personaggio bizzarro e inquietante come Don Giorgio De Capitani che vomita insulti contro la Lega e il PdL. È un classico esempio di clericale di sinistra di cui non condividiamo le idee”.

In 'pochi' si sono soffermati sulle parole che hanno provocato queste "reazioni". Nel tradizionale discorso alla città, tenuto venerdì 4 dicembre, l’arcivescovo si è trattenuto su 'temi sociali' di "ampio respiro", che s’inscrivono nel solco di una pastorale da sempre attenta ai tratti più problematici della vita cittadina.

Tettamanzi ha parlato dell’abuso di droghe e alcol, della crisi economica, dei cantieri dell’Expo e del rischio di infiltrazioni mafiose. Ma il tema più critico è stato indubbiamente quello concernente lo sgombero delle famiglie rom da via Rubattino.

“Mi ha colpito nei giorni scorsi, a seguito dello sgombero di un gruppo di famiglie rom accampate a Milano, la silenziosa mobilitazione e l’aiuto concreto portato loro da alcune parrocchie, da tante famiglie del quartiere preoccupate, in particolare, di salvaguardare la continuità dell’inserimento a scuola – già da tempo avviato – dei bambini. La risposta della città e delle istituzioni alla presenza dei rom non può essere l’azione di forza, senza alternative e prospettive, senza finalità costruttive. La Chiesa di Milano, il volontariato e altre forze positive della Città hanno dimostrato, e rinnovano, la propria disponibilità per costruire un percorso di 'integrazione'. Non possiamo, per il bene di tutta la città, assumerci la responsabilità di distruggere ogni volta la tela del dialogo e dell’accoglienza nella legalità che pazientemente alcuni vogliono tessere”.

Sono queste senza dubbio le frasi che hanno scatenato i commenti degli esponenti leghisti. Dietro alla reazione di "pancia" e alle esternazioni dei “falchi” del partito di Bossi, c’è però più "calcolo politico" di quello che si possa supporre. Non si tratta di una polemica che nasce meramente da orientamenti contrastanti in merito al tema dell’atteggiamento da tenere rispetto alle comunità straniere.

A chi scrive, le parole non fanno paura, ed è 'oggettivo' che l’argomento rom costituisce, non da oggi, il punto di sfondamento rispetto all’area "grigia" dell’opinione pubblica che non ha particolari tendenze xenofobe.

Non si tratta nemmeno di posizioni che si ascoltano solo al Nord. A Roma come a Napoli, gli episodi di intolleranza verso una comunità storicamente refrattaria ai modelli di integrazione e di convivenza civile a cui siamo abituati sono altrettanto frequenti che a Milano e in Lombardia.

Zingari e rumeni oggi sono oggetto, per motivi diversi ma accomunati dall’idea che tra di essi si concentri il maggior numero di individui che si dedicano ad attività criminali, di quello stesso atteggiamento razzista che riguardava qualche anno fa gli albanesi e ancor prima i nordafricani.

Chi scrive non pensa che, al di là di coloro che per motivi di 'contiguità territoriale' sono a stretto contatto con i campi nomadi, non vi sia nella popolazione un sentimento autentico di paura verso i rom.

Si tratta di un’emergenza che ha un "peso specifico" molto inferiore rispetto a tante altre problematiche relative alla convivenza sociale. Invece, il gruppo dirigente lombardo della 'Lega' continua a "martellare" su questo argomento, sino ad attaccare un 'simbolo' di quell’identità cattolica che costituisce il primo collante ideologico dell’elettorato storico della compagine politica di Umberto Bossi.

Nell’ultimo quindicennio abbiamo avuto modo di osservare in Lombardia un processo di graduale ma innegabile trasformazione economica e sociale, che ha portato a un’ulteriore divaricazione tra la "vocazione" ai servizi di Milano e una persistenza di modelli industriali nell’hinterland.

La Lega Nord ha dapprima gettato le "radici" nel malcontento sempre più pronunciato verso le amministrazioni “bianche”, senza però andare ad intaccare il substrato valoriale del proprio elettorato.

A Milano invece la "scomparsa" del Psi, che fondava il proprio consenso proprio sulle classi che contribuivano ad alimentare lo sviluppo in direzione post-industriale della metropoli, ha lasciato luogo naturaliter all’affermazione di Forza Italia: un 'partito-azienda', fondato appunto sull’unico grande gruppo imprenditoriale italiano che avesse improntato la propria crescita "ipertrofica" su di un modello di business "equidistante" dalla finanza e dall’industria.

Fininvest e Mediaset, con il loro indotto, sono state a lungo l’equivalente, anche se in maniera più sfumata e sfuggente, della Fiat a Torino: è un fatto di cui ci si dimentica spesso, e che però spiega la pronta "conversione" alla causa berlusconiana di quella vasta parte d’elettorato che non aveva una militanza comunista o una tradizione operaista alle spalle.

Il primo successo, quello "effimero" del 1994, ha visto l’alleanza Berlusconi-Bossi affermarsi in virtù della capacità di saldare le "istanze" della salvaguardia dei privilegi del ceto borghese e il voto di protesta popolare: il negozio e la fabbrica.

Oggi che la base di consenso del 'PdL' è radicalmente cambiata, mentre il “culto della personalità” legato a Berlusconi ha cominciato da tempo a declinare, ed è destinato ad assottigliarsi nel corso della legislatura per ragioni anzitutto anagrafiche, la Lega si trova a un "bivio".

Le candidature alle 'regionali' indubbiamente non l’hanno certo "privilegiata". Il brusco risveglio dopo la "sbornia" di voti del 2008 dice che al Pirellone, così come a Palazzo Marino, le 'camicie verdi' sono chiamate, al più, a far parte della "truppa", ma i "gradi di comando" spettano ad altri.

E nella lotta tra Formigoni e Penati, nella leadership di Podestà alla Provincia, così come nell’ingresso di Letizia Moratti nella compagine guidata dal Premier, è facile vedere tutti i segni di una progressiva emarginazione dei leghisti, guidata proprio da quell’asse “bianco” Lupi-Formigoni-Sala che sembra destinato, nel segno della "Compagnia delle Opere" e della vecchia militanza in Comunione e Liberazione, a estendere in Lombardia ulteriormente il "peso" della propria già potentissima lobby, saldando 'centro' e 'periferia', e mantenendo semmai come "polo dialettico" con cui dialogare a livello locale un altro gruppo d’interesse, che ha i suoi "uomini di punta" da un lato nel Presidente della Provincia e dall’altro nell’influentissima coppia formata da Ignazio e Romano La Russa.

La 'strada popolare' sposata da Bossi, sotto spinta di Calderoli, Salvini e Castelli, non "premia". La Lega haacquisito prestigio istituzionale grazie alla comprovata affidabilità del ministro Maroni in più ruoli, e alle sue capacità di dialogare con "tutti" i soggetti politici dell'arco costituzionale.

Ma il “folclore destrorso” delle adunate di Pontida sembra sempre più diventare l’espressione più autentica di un partito che non ha fatto seguire alla crescita dei propri numeri un salto di qualità in termini di visione politica del proprio gruppo dirigente.

La Lega resta un movimento di protesta che governa: un 'paradosso' che la obbliga a "polemizzare" furiosamente con quelle istituzioni che può prendere di mira, fossero anche la Curia o gli "spezzoni" migliori della società civile.

Ecco dunque che la pastorale "sociale" dell’arcivescovo non può che dar "fastidio" a un partito che cerca disperatamente di far passare una piattaforma di valori (o disvalori, a seconda dei punti di vista) su cui "cementare" un successo durevole anche a Milano. Il governo delle piccole amministrazioni fa sì "massa critica", ma sino a un "certo" punto.

La Lega ha avuto in città la sua chance ai suoi albori, e l’ha fallita, con la scelta di un personaggio moderato come Formentini, incapace di interpretare la 'spinta al cambiamento' su cui altri soggetti volevano improntare il "futuro" del territorio milanese.

È proprio dalla mancanza di leadership della Lega che nasce il successo duraturo della "formula" di Formigoni, così come dall’appiattimento della Giunta regionale sulle posizioni del Governatore.

La polemica con Tettamanzi mira non tanto ad attaccare quel 'clericalismo di sinistra' stigmatizzato da Castelli, ma a recuperare un terreno su cui fondare un’alternativa al 'cooperativismo bianco' e alla formidabile capacità di creare una rete capillare di interessi economici di Formigoni: un network di solidarietà che alla Lega piacerebbe "spezzare", ma rispetto al quale oggi può solo provare a spaccare in due sul crinale valoriale il fronte del consenso formigoniano, per vedere se il carattere 'Wasp' (come lo definirebbero gli americani) dell’identità cattolica in Lombardia è più forte della "commistione" tra movimentismo cattolico di destra ed economia a rete territoriale.

Ecco perché l’attacco al Cardinale, a parere di chi scrive, non va letto esclusivamente in "chiave" di visioni contrastanti sul "modello" di società: in gioco c’è anche il futuro di un partito che prova a uscire dalla propria “roccaforte rurale” e a inurbarsi, consapevole che per "intercettare" il consenso dei milanesi deve fomentare la parte più "retriva" delle paure che alimentano i vissuti metropolitani, e contrastare chi prova a proporre nuove formule di solidarietà.

Autore: Andrea Dusio
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