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Sia detto a premessa di questo fondo: alla luce delle informazioni in nostro possesso attualmente, non crediamo affatto che esista la possibilità che la "mano" di Tartaglia sia stata in qualche modo “guidata” da qualche gruppo esistente in Internet, e rifuggiamo qualsiasi tentativo di individuare un mandante ideologico nelle "voci" del web.
Pensiamo che il Ministro dell'Interno e il Presidente del Senato, ossia la seconda carica dello stato, dovrebbero pronunciarsi su temi così delicati solo se in possesso della compiuta conoscenza dei meccanismi tecnici che "regolano" i social network.
Facebook è stato in tal senso indicato come un vero e proprio "spauracchio", e non è la prima volta che accade. Ma il timore è del tutto ingiustificato, perché si tratta di uno degli "strumenti" di comunicazione più trasparenti oggi disponibili sul web.
Ogni iscritto del network ci mette, appunto, la faccia, e i componenti dei gruppi sono pur sempre rintracciabili mediante un indirizzo e-mail. Questo, certo, non protegge dall’appropriazione di un’identità altrui, e forse su questo punto bisognerebbe equiparare ciò che accade in Internet alla vita reale, laddove nessuno può millantare impunemente di essere un 'qualcuno', esistente o non.
Ma il punto è un altro: Facebook forse può essere temuto dai politici per il proprio potenziale di organizzazione del consenso dal basso e per una “propensione naturale” a "polarizzare" i conflitti: ma è questa una caratteristica di tutte le associazioni, reali o virtuali, che sono sempre a favore o contro qualcuno, senza che ciò implichi la possibilità di mettergli il "bavaglio", perché significherebbe pur sempre istituire un 'reato di opinione'.
Se io voglio raggruppare un insieme di persone contro i tranvieri della linea 30, è giusto che mi sia concesso, sino a quando la mia attività non infranga la legge, non istighi a perseguire qualcuno o non faccia apologia di reato. Se poi ci si potesse esprimere anche con "educazione"...
La socialità "targhettizzata" è uno dei grandi propulsori e motivi d’essere del web, ma in tal senso Internet non è diverso dal "Club di Topolino", e per molti versi è plasmato proprio sul 'modello' dei raggruppamenti spontanei d'ogni sorta, che contraddistinguono la società anglosassone.
Laddove poi Facebook istiga a delinquere o a commettere reati contro la persona, basta porre sotto sequestro le sezioni "incriminate", immaginando, semmai, un modo univoco a livello UE di 'punire' questo tipo di colpe.
Ci sta a cuore invece un altro "problema" della 'rete': quello del controllo della veridicità delle fonti d’informazione. Oggi ci troviamo di fronte una pletora di siti Internet che si pongono in una posizione "ambigua": non sono blog, e dunque contenitori di opinioni esplicitamente individuali.
Esistono sì strumenti come Wikipedia che hanno raggiunto una loro provata 'affidabilità', che si fonda prima di tutto sull’utilizzo degli internauti, e che sono “usciti dalla rete”, diventando 'soggetto' di pubblicazioni editoriali.
Ma rappresentano solo una piccola parte della "massa" infinita di informazioni e dati di provenienza eterogenea, privi di riscontri, e che vanno ad alimentare un numero crescente di pseudo-testate giornalistiche che si presentano con la veste del magazine on-line, ma non rispondono a logiche e leggi che contraddistinguono la carta stampata o il giornalismo professionale. È inevitabile che, prima o poi, si metta mano a questo vero e proprio "buco" legislativo, equiparando - chiaramente e definitivamente - il 'web' alla carta stampata.
Di fatto esiste un disegno di legge, presentato dal PdL nel corso di questa legislatura, intitolato “Internet territorio della libertà, dei diritti e dei doveri”. L’obiettivo del provvedimento è mettere 'fine' all’anonimato che resta (spesso opportunamente) predominante in molti luoghi della rete.
A oggi è possibile "schermare" quasi ogni azione, legale o illegale che sia, dietro a un nick. Chi abbia informazione di un reato e voglia denunciarlo, o anche solo contestare una fonte, si deve scontrare con il fatto che il Garante della Privacy considera ogni tentativo di capire "chi c’è dietro" a un nome di comodo come una violazione ai sensi della legge sulla tutela delle informazioni personali.
E così, se qualcuno carica o scarica un contenuto in violazione del diritto d’autore, calunnia qualcuno, diffonde informazioni false o opinioni ingiuriose, a commettere il 'reato' è chi cerca di acclarare l’identità del responsabile. E in nessun modo gli Internet Service Provider sono tenuti a "monitorare" i contenuti disponibili sul proprio sito.
Il problema diventa particolarmente sensibile laddove questi siti si "travestano", di fatto, da organi d’informazione. La legge impone non solo la registrazione di una testata giornalistica presso il tribunale competente, ma anche la nomina di un giornalista iscritto all’ordine, che sia responsabile dei contenuti pubblicati e della loro originalità.
Costui risponde in tal senso assieme all’editore in merito a ogni addebito che gli venga fatto in relazione agli articoli pubblicati. Se un giornalista con un articolo dice il falso o diffama qualcuno, la colpa ricade anche su di loro. E il reato di diffamazione a mezzo stampa, lo ricordiamo, è un reato penale.
Le testate web che rispondono a criteri davvero giornalistici, come le nostre, sono "affidabili" dunque non solo in ragione della qualità degli articoli pubblicati e del meccanismo di verifica delle fonti, ma anche perché sono organizzate allo stesso modo dei giornali realizzati in carta frusciante.
Diffidate, invece, di quelle voci della rete che sono rimaste senza questi criteri, perché qualora sostengano il falso, i diretti interessati sono impossibilitati a far valere i propri diritti. E questo in Italia rappresenta un anacronismo persino rispetto all’antico Statuto Albertino a cui si ispira ancora per molti versi la legge sulla stampa.
Esiste poi un problema che riguarda, in prima analisi, eminentemente il lavoro di noi giornalisti, ma che si "riverbera" anche sulla qualità di quel che leggono i fruitori del web. La scarsissima 'tutela' che esiste in Italia della proprietà intellettuale e del diritto d’autore, e che ancora una volta è legata alla mancanza di una normativa realmente applicabile sul web, non provoca solo i "famigerati" danni all’industria e alla filiera distributiva dell’audiovisivo.
Anche i giornali sono seriamente danneggiati, perché molti siti operano dietro la maschera degli 'indicizzatori' di contenuti eterogenei, e con ciò vanno a rieditare indiscriminatamente ogni tipo di articolo.
In tal senso, gli autori sono deprivati del "controllo" sullo sfruttamento di ciò che hanno scritto, e non possono fare nulla nemmeno in caso di modifiche o stravolgimenti.
Se qualcuno oggi volesse rieditare sul proprio giornalino web questo pezzo, titolandolo “Andrea Dusio è pazzo”, oppure “Andrea Dusio contro Facebook", ingiuriandomi o compiendo un falso ideologico, non solo sarebbe 'libero' di farlo, ma potrebbe anche usare indebitamente il mio lavoro, ricavandone un guadagno in termini di copertura pubblicitaria, senza che a me e alle persone con cui ho legittimamente concordato la cessione dei miei diritti d’autore vada un solo centesimo.
Che fare allora? Poche regole ma semplici.
Spazio solo alle testate giornalistiche registrate: le altre possono sopravvivere, ma non possono essere indicizzate come organi d’informazione. Divieto d’usare l’anonimato nel caso di pubblicazione sul web, se non con le modalità quali “lettera firmata”, usate anche sulla carta stampata.
Tutela del diritto d’autore, con sanzioni amministrative pesanti per ogni violazione in questo senso. Necessità di pubblicare su ogni magazine on-line il cosiddetto "tamburino" (luogo e numero di iscrizione al tribunale, nome e cognome di direttore ed editore; Ndr) . Co-responsabilità degli Internet Service Provider nel caso di violazioni che rientrano nel campo del diritto penale.
Solo così riusciremo a rendere Internet uno "strumento" realmente libero, e non un coacervo anarcoide di informazioni di terza mano.
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