
Dopo il Partito delle Libertà (la sua libertà), Silvio Berlusconi lancia a cavallo del Natale l’ennesimo restyle in corsa della coalizione che lo sostiene, con la trovata del Partito dell’Amore (verso di lui), contrapposto evidentemente a un partito dell’odio (sempre verso il medesimo).
A dargli la sponda un episodio che va rubricato tra gli eventi di ordinaria amministrazione nel contesto delle manifestazioni a carattere quasi “epifanico” dei grandi leader del mondo: il tentativo di una ragazza svizzera, un po’ più esagitata e meno stabile psicologicamente della media, che ha maldestramente tentato di "abbracciare" Benedetto XVI nell’immediata vigilia della messa pontificia di Natale nella basilica di San Pietro.
Un dato di fatto "accomuna" l’episodio di Piazza Duomo all’incidente occorso a Joseph Ratzinger: l’incapacità di prevedere e prevenire avvenimenti di questo tipo da parte dei più complessi e sofisticati sistemi di analisi, prima, e vigilanza, poi, alle personalità. Con buona pace di tutti, sappiamo che è possibile aggredire Berlusconi e il Papa anche senza che dietro vi sia necessariamente un progetto criminoso articolato e una vera e propria organizzazione.
Anzi, quello che sfugge inevitabilmente alle reti dell’intelligence è la presenza di individui che, per diverse ragioni, decidano, in maniera premeditata o sull’impulso del momento, di aggredire un potente, anche se sorvegliato da vicino dalla sua scorta. La storia ci insegna d’altronde che, al di là di possibili complicità di servizi segreti o altre entità, alcune personalità oggetto di livelli di protezione esasperata, si pensi ai presidenti americani, ma anche ai leader indiani, pakistani, israeliani, egiziani, sono stati oggetto nella storia del secondo dopoguerra di attacchi su diversa scala, spesso con esito tragico.
Quanto ai due gesti di Milano e Roma, si collocano tra lo stalking e l’aggressione, ed è delirante dire che qualcuno ha “armato” il braccio di Tartaglia, così come è evidente che la cittadina rossocrociata Maiolo ha agito sulla base di un’ossessione individuale.
Michele Serra ne "L’amaca" di domenica 27 dicembre spiega che forse Berlusconi non ha mai letto Debord e McLuhan (anche se McLuhan con il 'caso' in oggetto non c’entra nulla). Serra continua a costituire un autorevole esempio di intellettuale di sinistra che scambia il berlusconismo con Berlusconi: è lo stesso errore storico che fecero le opposizioni tra le due guerre, scambiando il fascismo con Mussolini.
La scarsa consapevolezza dei meccanismi dei media e della 'Società dello Spettacolo' può forse appartenere ai fruitori ingenui della televisione privata, e da tutti coloro che si risconoscono nell’espressione elettorale modellata dal sistema di organizzazione del consenso approntato con cura negli ultimi tre decenni dal Cavaliere, e divenuto oggi l’ultima cerchia di difesa di un sistema che sta perdendo invece la propria efficacia nell’organizzare reti clientelari sul territorio.
Ma Berlusconi no: sa benissimo lui per primo che non esistono mandanti ideali nell’azione di Tartaglia. È solo riuscito con un formidabile escamotage di comunicazione a lanciare l’ennesima campagna di demonizzazione dell’avversario (il gruppo editoriale di Repubblica e L’Espresso, i giudici e gli editorialisti che ruotano attorno al presunto asse Santoro/Anno Zero-Travaglio/Il Fatto), forgiando una nuova immagine manichea dello scenario politico italiano: quelli che amano (lui) e quelli che odiano (ancora lui).
Attenzione però: quella del 'Partito dell’Amore' sarà anche una trovata risaputa e stucchevole, con un retrogusto pop-porno che fa tornare in mente Cicciolina e Moana. Ma in realtà intercetta contemporaneamente 3 obiettivi che stavano già da tempo ai primi posti dell’agenda politica del Premier. Va a ricompattare il consenso “bianco” e cattolico, in crisi dopo la questione-Boffo e le stilettate tra la Lega e Tettamanzi, ma anche in ragione del fatto che la condotta licenziosa di “Papi” non è andata giù alla Cei e al Vaticano.
Dopo aver provato col il proprio “colonnello” Feltri la carta della “vendetta trasversale”, Berlusconi ha capito che contribuire a consolidare l’idea di un Paese moralmente allo sbando fa solo il gioco dei suoi avversari. Meglio tornare a un rapporto di “buon vicinato” con il Vaticano, considerando anche che in molte regioni oggi il PdL può vantare proprio negli ambienti del movimentismo cattolico-liberale gli alleati più affidabili e più capaci di cementare consorterie e commistioni tra politica, economia e finanza.
Ma la proposizione del 'Partito dell’Amore' serve anche a sventolate per l’ennesima volta la bandiera delle riforme condivise con una parte della Sinistra, e prova in tal senso a spaccare la già fragile coesione del PD, individuando da un lato un’ala dialogante, quella che già aveva teso la mano al Cavaliere all’epoca della Bicamerale, e dall’altro una fazione intransigente, che oggi appare più vicino a Di Pietro che a Pier Luigi Bersani, e che s’identifica nella figura di Rosy Bindi, ma sta trovando, nei confini di un gioco dialettico interno, sponde per certi versi inattese nelle posizioni della coppia “antidalemiana” Veltroni-Franceschini.
E poi c’è la questione Fini-Casini, ossia la volontà di andare a intaccare quello che a oggi sembra lo spauracchio più minaccioso per il 'PdL', ossia l’alleanza di due personalità di centro-destra, la cui somma dei carisma è tale da minacciare quello del Premier. La forza di un eventuale cartello Fini-Casini-Montezemolo-Rutelli è proprio quello di "accorpare" elettorati diversi, senza sovrapposizioni.
In fondo l’idea della 'Casa della Libertà' era tutta qui: lo statalismo di Fini e il federalismo di Bossi, due forme di populismo di diverso segno, ma che riuscivano a convivere sotto un’egida neutra, proprio in ragione della capacità aggregante di Berlusconi.
E se Fini ha già manifestato da tempo la voglia di trovare una strada alternativa alla permanenza nel PdL, che gli garantisca un futuro da leader, da giocarsi probabilmente in una competizione testa a testa con lo stesso Berlusconi o con il suo erede designato (Tremonti? Frattini? Alfano?), non resta che enfatizzare la distanza tra il suo sempre più aperto laicismo e l’origine confessionale del voto che converge su Casini e, in buona misura, anche su Rutelli.
Alle prossime elezioni infatti avremo di certo una frammentazione senza precedenti del voto cattolico, ed è probabile che avere il Vaticano apertamente 'contro' possa essere decisivo in senso sfavorevole per una forza che non voglia sposare univocamente un indirizzo laicista.
'Papi' & 'Papa': il 2009 si chiude dunque con il più imprevedibile dei connubi.
E con la sensazione di star assistendo a un’involuzione non già dei regimi democratici, ma del modello di legittimazione del consenso. Ci sembra di essere precipitati in un sistema mondiale governato da grandi principati che si legittimano l’uno con l’altro, e sembrano soffocare il bisogno di democrazia reale che emerge da altre aree del pianeta.
Il lascito di Copenaghen da un lato e la cronaca mesta di un Paese ancora avvinghiato ai rapporti col Vaticano forse condividono lo stesso imprinting: quello di un potere che mira ad affrancarsi dalle masse, per rinchiudersi nella propria torre d’avorio.
La sconcertante affermazione del nostro Presidente del Consiglio, il quale ha dichiarato che non tornerà a comparire pubblicamente fino a quando non saranno scomparsi i segni delle ferite procuratogli dal modellino del Duomo scagliatoli dal Tartaglia, è il sintomo più evidente di una democrazia dell’apparenza che oggi si sostanzia nelle forme e nei modi del culto della personalità proprio delle grandi dittature della prima parte del Novecento, ed è sinistramente consonante a quelle raccomandazioni del Minculpop che impedivano di mostrare le fotografie di Carnera a terra.
Una spinta riformistica che abbia questa matrice tenderà inevitabilmente a consolidare le strutture, le organizzazioni e gli apparati vigenti, e a eliminare semmai determinati contrappesi, mirando a cristallizzare lo Stato in un’entità sempre più immanente e scorporata dalla società civile.
E l’Italia rischia di somigliare a una realtà ingovernabile, affidata a potentati locali, nella sostanza, e governata, centralmente, da una casta intoccabile di Mandarini, che decidono "sulla testa" della gente, senza considerare i "bisogni reali" del Paese, ma solo la necessità di rispondere agli interessi dei propri grandi elettori.
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