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Obama, lo Yemen e il nuovo "ordine" mondiale

E' opportuna una missione militare degli Stati Uniti per sradicare il fondamentalismo islamico?

03/01/2010 - 11:04

Barack Obama ha confermato in queste ore l’intenzione di dar luogo a un’azione militare delle forze Usa in Yemen, in risposta all’attentato sventato sul volo in partenza da Amsterdam alla vigilia del Natale.

Nei mesi scorsi, il Presidente statunitense aveva manifestato dapprima le proprie convinzioni in merito all’inutilità dell’intervento in Iraq e, in seguito, forti dubbi sul proseguimento della missione in Afghanistan.

“Non è sicuro che inviando nuovi soldati là riusciremo a tenere lontano il terrorismo dalle nostre case” - aveva detto, prima del Nobel e della sconfessione implicita del pacifismo di fronte agli accademici di Stoccolma.

Obama sembrava destinato a tracciare una linea di discontinuità rispetto alla politica estera Usa e degli alleati. Ma nei contesti bellici, gli idealisti rischiano sempre di fare ancor più danni dei "navigati" frequentatori della real politik.

Allorché George W. Bush diede l’assalto al regime di Saddam Hussein, la 'matrice ideale' inventata "a tavolino" con Tony Blair, premier britannico, mirava a nascondere il "vero" obiettivo, ossia l’acquisizione di una posizione strategica nel quadrante dell’Asia Centrale, importante per la lotta relativa alle risorse energetiche e come possibile testa di ponte per un eventuale conflitto contro l’Iran.

Oggi Obama deve però fare i conti con un nemico inaspettato. Sin dalla seconda amministrazione Bush, l’attenzione si era spostata dal fondamentalismo islamico alla "corsa" al nucleare di Ahmadinejad.

Tant’è vero che in molti avevano pronosticato l’apertura di un nuovo fronte prima della fine del mandato presidenziale di Bush, come possibile tentativo dei repubblicani di scongiurare la recessione con un’impresa bellica che innescasse un "meccanismo virtuoso" per l’industria pesante, e, dunque, per tutta l’economia americana.

Ora invece la prospettiva, in pochi mesi, è radicalmente mutata. E ancora una volta il cambiamento riguarda la struttura, la pervasività e la capacità aggressiva di Al Qaeda.

Allorché gli Usa “scoprirono”, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, il 'pericolo' costituito dalla rete terroristica ispirata da Osama Bin Laden, si decise di sradicare il fenomeno con un’azione di massa, che portasse alla caduta del regime talebano, e alla distruzione dei campi d’addestramento allestiti tra le montagne afgane.

Di fatto, negli anni successivi, Al Quaeda si mostrò più "sfuggente" e "orizzontale" di quanto gli americani potessero prevedere. Sino a innescare il dubbio, continuamente ripropostosi, sull’effettiva esistenza di un gruppo terroristico “tradizionale” organizzato attorno al pensiero fondamentalista islamico.

In Cecenia, in Somalia, in Iraq e in Palestina fazioni estremiste coinvolte nei conflitti locali finirono per dichiarare la propria affiliazione alla rete guidata da Bin Laden e dal medico egiziano Al Zawahiri.

Come un fantasma, la figura sconfinante nella leggenda di questa misteriosa leadership appare e scompare dopo brevi e sibillini messaggi, ed è difficile individuare il "legame" che mantiene realmente con gli autori degli attentati di Londra, Madrid, Bali, India, Pakistan.

Quel che è certo è l’incapacità del regime di Peshawar di assicurare alla giustizia i terroristi, nonostante le estenuanti ricerche effettuate sul terreno difficilissimo delle montagne del Waziristan. E mentre si sono persi ormai 9 anni nel tentativo di snidare lo “sceicco del terrore”, Al Quaeda ha, intanto, cambiato "faccia".

Occorre a questo punto fare una 'premessa': già prima di rifugiarsi in Afghanistan, Bin Laden era stato a lungo in Sudan. Qui aveva contribuito alla costruzione della rete stradale del paese, godendo dell’appoggio del governo filoislamico.

Già dalla metà degli anni '90 era dunque operante il vasto "disegno" di guerriglia diffusa che, da Sarajevo (con i jihadisti accorsi a difendere le enclave bosniache dalla pulizia etnica operata brutalmente dai serbi) alle montagne dominate dai “signori della guerra”, in opposizione all’eroe del conflitto con l’Unione Sovietica, Massoud, e con i Tagiki, vedeva saldarsi il fanatismo religioso, le rivendicazioni identitarie e un sentimento di ribellione verso il mondo occidentale.

Oggi, quel disegno è molto più "avanzato" di 10 anni fa. Al Qaeda, non è né un’associazione né una leadership, ma semplicemente un 'fronte', che di ora in ora si allarga, aggregando pulsioni, motivazioni, lotte differenti. E andando a realizzare quello che nemmeno l’Islam di Maometto era riuscito a fare.

Dal Mali a Bali, dalla povertà delle popolazioni del deserto sino alle "Tigri di Carta" del capitalismo Sud-Est Asiatico, dall’India e dal Pakistan, minacciate entrambe dai fondamentalisti del Kashmir, fino al "cuore ferito" di Grozny, laddove il jihadismo ha saputo far causa comune con l’avversione per il regime di Putin, chiunque imbraccia un fucile contro un occidentale lo fa in nome di una causa che non è niente più di un 'nome', ma che è capace di ispirare gli stessi moti di violenza e di odio.

'Jihad' vuol dire semplicemente 'Guerra Santa'. E un jihadista per praticarla ha bisogno solamente che "a tiro" ci sia qualcuno che ha convinzioni religiose diverse da lui. Ma quando fede e istanze sociali s’intrecciano, come gli Stati Uniti hanno lasciato che accadesse in questo decennio, la questione si fa più "complicata".

Obama può dunque “ingenuamente” continuare a presidiare quel fragile crinale tra gli “amabili resti” della sicurezza perduta dagli Stati Uniti e l’ossessione di un accerchiamento, di un pericolo che viene dall’esterno. Ma così facendo commette lo stesso errore compiuto dall’Occidente Cristiano durante il Basso Medioevo, sconfitto solo in ragione della fortunosa ma epocale vittoria di Lepanto.

Può anche lui continuare ad andare "a caccia", come fece certo in maniera meno ingenua George W. Bush. Ma non è certo abbattendo le 'basi' di Al Quaeda in Yemen che metterà fine all’avversione verso gli Usa e i loro alleati, che oggi è alla base delle azioni dei fondamentalisti, dall’aereo di Amsterdam ai sequestri di civili occidentali in Mauritania.

Governi e regimi di questa vasta porzione di mondo si reggono, infatti, su di una sorta di fragilissimo “doppio collaborazionismo”. Ai nostri occhi sono alleati estremamente "prudenti", per lo più poco "affidabili".

La realtà è che nessuno oggi si può permettere di contrastare duramente il fondamentalismo. Obama dovrebbe piuttosto abdicare al proprio ruolo di “poliziotto del pianeta”, nella consapevolezza che oggi realtà più simili a 'nuovi imperi' che al concetto tradizionale di nazione, come la Cina o l’India, unitamente ai nuovi grandi, come il Brasile, il Messico, l’Australia e la Russia, sino al Sudafrica, le economie che insomma giocheranno da protagoniste assolute nel prossimo decennio, si devono impegnare direttamente nella costruzione di equilibri che non siano necessariamente determinati dalla leadership nell’ìndustria pesante, e dunque dalla “potenza di fuoco”.

Esiste in tal senso oggi una lotta tra due “vecchi mondi”, l’Europa e gli Usa da un lato, e le nazioni povere dall’altro: ed è in questo conflitto fantasmatico che vuole "incarnarsi" Al Quaeda.

Ma è la proiezione di una realtà che non rappresenta più l’economia mondiale. La ricchezza si è ridistribuita in questi anni lungo nuove direttrici, ed è giusto che il nuovo ordine mondiale rifletta questa situazione.

Per un paradosso, la sicurezza per gli Stati Uniti potrebbe essere rappresentata nel futuro da un ritorno alla situazione di “marginalità” di cent’anni fa, prima del coinvolgimento nei due conflitti mondiali.

Continuare a coltivare il sogno e l’ideale della "superpotenza" oltre la logica dei fatti, in virtù di una supposta leadership morale, capace di sostituire il 'tramonto' dell’impero economico, potrebbe rivelarsi un errore molto simile a quello che determinò la dissoluzione dei grandi imperi dell’Europa Centrale, dando luogo al mondo delle Nazioni Unite, e dunque ai disequilibri attuali.

E potrebbe enfatizzare ancor di più quella direttrice storica che individua l’ineluttabilità di un nuovo terrificante conflitto mondiale, intorno alla questione israeliano/palestinese.

Prima di scatenare una guerra per una siringa riempita di esplosivo da un folle, in un tentativo sventato dal semplice intervento di un comune passeggero, Obama ci pensi bene: non sempre il "vento" della storia e dei cambiamenti passano necessariamente da un passo avanti. A volte, è più salutare e lungimirante fare un passo indietro.

Autore: Andrea Dusio
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