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Il fantasma di Bettino Craxi

Da "Ghino di Tacco" a "Cinghialone", l'epopea di un politico che ha lasciato un tracciato "attivo"

04/01/2010 - 12:24

In un Paese che conserva una curiosa "ossessione" per il proprio passato, pur in presenza di tanti "problemi" relativi al presente, e davanti alle "inquietudini" che propone il futuro, continuiamo però non già a studiare e approfondire i punti 'critici' della nostra storia, quanto ad alimentare un chiacchiericcio querulo che attiene più alle discussioni delle portinaie che a un serio dibattito sulla formazione di un pensiero storicistico obiettivo.

Quando però ad alimentare queste polemiche a vuoto è non già l’opinionista di turno, ma un amministratore locale, Sindaco di una città che vive un momento drammatico di trasformazione, con un palinsesto di impegni che si configura come un percorso quinquennale a tappe forzate verso un evento che potrebbe rivelarsi un punto di svolta così come una rovinosa debacle, la cosa ci piace ancor meno.

Parlando "fuori dai denti": non ci piace che Letizia Moratti, con il Comune praticamente “commissariato”, con gli interrogativi molteplici che circondano la scelta dell’Expo, con l’arcivescovo di Milano che parla senza mezzi termini di “infiltrazioni mafiose”, con la "speculazione edilizia" che sta stravolgendo il volto della nostra città, perda tempo a sproloquiare sulla dedicazione di una via cittadina a Bettino Craxi, con il solo effetto di dividere la cittadinanza su di un tema di "nessuna" importanza.

L’Italia è, al pari di molte altre nazioni, un Paese diviso oggi da una radicale polarizzazione della vita politica attorno al "consenso" o all’opposizione a una leadership, quella di Silvio Berlusconi. L’assenso ad intitolare una 'via' a Bettino Craxi appare in questa direzione del "consenso", per gli acclarati rapporti di amicizia che legavano lo statista milanese l’allora imprenditore di Fininvest, quasi come un ennesimo (e inutile) referendum "indiretto" sulla popolarità dell'attuale Premier.

Per di più, la dedicazione di una strada non equivale a un giudizio storico compiuto: è un segno di partigianeria, che entra a far parte del corpo sociale in maniera indelebile. Un "abuso" dunque, e la stessa Moratti ne è pienamente consapevole, allorché rincara la dose alla propria “leggerezza”, affermando che 'via Bettino Craxi' potrebbe anche non avere numeri civici. E non c’è nulla di più triste, a parere di chi scrive, di un anonimo cartello posto a guardia di un crocicchio di periferia, tra prati spelacchiati e capannoni in disarmo: meglio l’oblio, specie per chi già in vita scelse quella forma di “malinconico oblio fisico” che è l’esilio.

Fissato il perimetro della polemica, possiamo forse tentare di tracciare un ritratto sintetico ma verosimile del Bettino Craxi politico, al netto della considerazione che nella vita di un uomo pubblico la "violazione della legge" conta più di qualsiasi "merito", e che la latitanza protrattasi sino alla morte pesa più di un macigno.

C’è anzitutto il Craxi “socialista”: l’uomo che ereditò la Segreteria del 'Psi' in un momento di transizione, dopo che la strategia di De Martino nel 1976 aveva condotto alla caduta del Governo Moro, sfociata nelle elezioni che salutarono l’affermazione senza precedenti del 'Pci' “eurocomunsiat” di Enrico Berlinguer, e la pesante sconfitta socialista. Scelto come soluzione di passaggio, perché capace di mediare le correnti rappresentate da Signorile, Manca e Mancini, con la sola opposizione dei "demartiniani", il delfino di Pietro Nenni in realtà si mostro tutt’altro che una scelta di ripiego, inaugurando subito un nuovo corso decisionista, improntato all’obiettivo di fare del 'Psi' un’alternativa di governo, capace di raccogliere l’eredità della Democrazia Cristiana, e nel contempo attento alle pulsioni della società civile, a partire dalle battaglie referendarie.

Craxi spostò il "baricentro" del suo partito da Marx a Proudhon, prendendo le "distanze", esplicitamente, dal leninismo. E confermò la propria linea “dialogante” allorché, unico tra i leader di partito, scelse, durante il sequestro Moro, non la linea della "fermezza", ma quella della "trattativa" con le 'BR', dimostratasi poi infruttuosa.

Il Craxi "capo del Governo" va valutato invece non solo alla luce dei risultati economici che spesso vengono chiamati in causa, e che sono a loro volta contraddittori: è vero che sotto la sua prima Presidenza del Consiglio l’inflazione scese in un quadriennio dal 16% al 4%, ma il debito pubblico (Ministro del Tesoro era, allora, Giovanni Goria, ma una parte importante della gestione dei conti dello stato era "monitorata" dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giuliano Amato) passò da 234 a 522 miliardi di euro (dati in 'valuta' del 2006) e il rapporto fra debito pubblico e Pil salì dal 70% al 90%.

Venne fissato un nuovo concordato con la Santa Sede, all’interno del quale il “laico” Craxi inventò la "formula" dell’8x1000, mentre veniva abolito "l'assegno di congrua". Ben più sensibile sull’opinione pubblica fu il "taglio" di 4 punti della scala mobile, concertato con Cisl e Uil, senza l’assenso della Cgil, e poi sancito con l’inattesa vittoria contro il referendum abrogativo del provvedimento, nel 1985. Di certo, una grande innovazione fu quella che, voluta dal ministro delle finanze Bruno Visentini, introdusse il registratore di cassa e lo scontrino fiscale, di fatto riducendo in buona parte l’evasione fiscale del commercio al minuto, che non a caso da quel momento incominciò inesorabilmente a "tramontare", aprendo le porte all’affermazione della grande distribuzione organizzata.

Ma quando si parla di Craxi, il "giudizio politico" ruota spesso sul decreto che sancì la legalità delle trasmissioni delle televisioni private, smentendo così i procuratori di Torino, Roma e Pescara, che avevano "oscurato" le reti Fininvest. Resta ancora in attesa di un giudizio storico la decisione di smentire la scelta dell’Iri, guidato allora da Romano Prodi, in merito alla vendita della Sme, il complesso (finanziario) alimentare partecipato.

In realtà, però, il destino politico di Craxi si giocò assai prima di Tangentopoli, e non sul terreno della politica interna. Il tentativo palese di fare dell’Italia il paese-guida del Bacino del Mediterraneo, obiettivo peraltro condiviso da altri statisti che precedettero o seguirono Craxi, da Andreotti a D'Alema, produsse "accordi" con Jugoslavia e Turchia, ma soprattutto il sostegno aperto all’Olp di Yasser Arafat. Decisivo nell’inimicarsi il governo degli Usa fu l’episodio di Sigonella, che vale la pena di rammentare sinteticamente. Allorché un commando del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina s’impadronì dell’Achille Lauro, nave da crociera italiana, tanto Craxi quanto Andreotti optarono per una negoziazione con i sequestratori, che nel frattempo avevano ucciso, nella vigilia dell’arrivo del mediatore inviato da Arafat, Abu Abbas, un ostaggio americano. La trattativa sfociò nella concessione di una sorta di "salvacondotto" al commando e allo stesso Abbas, con il trasporto aereo in Egitto, in cambio del rilascio dei prigionieri. Reagan, presidente Usa, si oppose alla scelta. Il Boeing 737 su cui viaggiavano i sequestratori fu di fatto circondato in volo da 4 apparecchi F-14 americani, e l’aereo venne fatto condurre alla base di Usa di Sigonella, dopo una telefonata tra Reagan e Craxi i cui dettagli non furono mai del tutto chiariti. All’atterraggio a Sigonella, 250 effettivi italiani, tra carabinieri e avieri di leva, circondarono l’aereo, ma vennero a loro volta accerchiati da miliziani della 'Delta Force' statunitense, sbarcati da due due Lockheed C-141. La "prova di forza" da entrambe le parti arriva alle minacce, i soldati da una parte e dall’altra puntano le armi. Alle due di notte c’è una nuova telefonata tra la Casa Bianca e il premier italiano: Reagan chiede la consegna di Abu Abbas e dei tre terroristi. Ma Craxi fa prevalere le ragioni della sovranità nazionale: il reato è stato commesso in territorio italiano. L’aereo riparte, alla volta di Ciampino: lo scontro è scongiurato, ma da quel momento in poi Craxi venne considerato “inaffidabile” dal governo Usa, anche in relazione alla posizione interlocutoria mantenuta l’anno successivo, allorché l’Italia non reagì ai missili scagliati dai libici nella direzione di Lampedusa, come risposta al bombardamento statunitense di Tripoli. Sono in molti a sostenere che nell’occasione Craxi avvertì preventivamente Gheddafi, permettendogli di salvarsi, e che dunque il lancio dei missili fu solo una sorta di “copertura” (non a caso finirono tutti "in mare", mancando l’isola, pur "vicina" alle coste africane).

Sin qui siamo al Craxi politico e statista, che fu anche protagonista, unitamente ad Andreotti e Forlani, della stagione del cosiddetto 'CAF', come denominato dalle sigle dei 3, volto a emarginare Ciriaco De Mita e la sinistra della 'Dc'. In quel periodo il Psi divenne una sorta di lista personale di Craxi, anticipando di fatto molti degli sviluppi che ebbe la concezione della politica nella Seconda Repubblica, a partire dalla rinascita di un "culto" della personalità. Famose in tal senso restano le coreografie congressuali studiate dall’architetto Filippo Panseca, così come passò alla "storia" una definizione ancor oggi in voga: quella con cui il compagno di partito, Rino Formica, parlò nel 1991 di una “corte di nani e ballerine”, consegnando l’immagine più efficace dell’involuzione del Craxismo in senso dirigista e clientelare, che produsse gli "abusi" puniti, poi, dal Pool di Milano.
Quanto alla stagione di Mani Pulite, è bene ricordare che essa fu preceduta dal referendum promosso da Mario Segni, contro cui Craxi invitò inutilmente gli italiani ad “andarsene al mare”, e dall’affermazione della Lega Nord. Quando i "reati contro la pubblica amministrazione" coinvolsero tutto il Psi di Milano, guidato dal sindaco Paolo Pillitteri, cognato di Craxi, la buona "tenuta elettorale" del Psi, capace nella tempesta delle inchieste di perdere solo una frazione dello 0,8% del consenso acquisito, passando dal 14,3% al 13,5% su scala nazionale, non bastò, però, a garantire un incarico di governo.

Il nuovo Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, democristiano di sinistra, eletto sull’ondata emotiva susseguente alla strage di Capaci, si rifiutò categoricamente di affidare la nazione a un inquisito, e “girò” l’incarico a Giuliano Amato. Craxi nel frattempo aveva denunciato la "sistematicità" del sistema di finanziamento occulto ai partiti.
Il 29 aprile 1993, in quella che può essere considerata di fatto l’ultima seduta della Prima Repubblica, la camera dei deputati negò l’autorizzazione a procedere nei confronti di Craxi. Scatenando così l’ira della piazza, e alimentando il sentimento di forte delegittimazione che già circondava il “parlamento degli inquisiti”. Il capo del governo era, allora, Azeglio Ciampi, e alcuni ministri si dimisero in relazione al provvedimento che voleva "tutelare" un politico che aveva già collezionato 20 avvisi di garanzia. Sugli "scudi" in quella sessione concitata furono i parlamentari Umberto Bossi e Gianfranco Fini, al grido “Ladri, ladri”.

La rabbia sfociò poi in alcune manifestazioni spontanee, che raccolsero militanti di destra e di sinistra, e che videro il momento più drammatico nella fuga di Craxi dall’Hotel Raphael, sotto una pioggia di monetine. Questa "lapidazione" pubblica mise fine alla stagione del Craxismo e aprì la strada alla latitanza in Tunisia. Ricordiamo infine che Bettino Craxi è stato 'condannato' con sentenza passata in giudicato a 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sai, e a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito relativo alla Metropolitana Milanese. Ci sono poi altre sentenze, per cui il reato è considerato "estinto", tra cui quelle relative il caso All Iberian, le tangenti Enel, Enimont e il Conto Protezione.  
Non è mai stato chiarito del tutto se i "proventi" dei reati contestati a Craxi fossero destinati al partito o a uso personale. Restano in tal senso emblematiche le faccende relative al finanziamento del canale televisivo 'GBR', di proprietà di Anja Pieroni, l’acquisto di diversi immobili, e soprattutto i soldi versati sul conto di Maurizio Raggio, sospettato in quella circostanza di aver agito da prestanome dello statista. In prima linea nel sostenere all’epoca un uso privato di tali fondi fu Vittorio Feltri, che oggi invece inneggia a una "riabilitazione" dello stesso Craxi, ma che allora, dalle colonne dell’Indipendente, coniò la definizione spregiativa di “Cinghialone”. Più elegantemente, Eugenio Scalfari, suo acerrimo nemico, lo soprannominò "Ghino di Tacco", ricordando la figura del bandito galantuomo di Radicofani. Un nomignolo evidentemente che piacque allo stesso Craxi, al punto che venne spesso utilizzato nei suoi "corsivi" sull’Avanti.

Per molti anni, sul 'Corriere della Sera', comparve periodicamente un’inserzione, relativa a un enorme appartamento nella zona di via Vincenzo Foppa. Un 'attico' difficilissimo da affittare, che poteva competere con quello faraonico, dotato di piscina, che il finanziere socialista Silvano Larini, “fiduciario” di Bettino,  si era fatto costruire in zona Magenta. Nei bar della zona si diceva che quell’appartamento vicino al Parco Solari fosse quello di Craxi. Altri ricordano di aver visto Bettino alla testa di grandi compagnie, nelle proverbiali tavolate che organizzava nei ristoranti di zona Marghera. Giovani cronisti che allora facevano gli "scaricatori di frutta" ricordano le confidenze date loro per "simpatia" dallo statista. E la lista dei “miracolati da Craxi” è lunghissima, meriterebbe un altro articolo.

Bettino Craxi appartiene ai "fantasmi" di una Milano che non c’è più, la "Milano da Bere", di cui la città paga ancora le conseguenze. Riabilitarne la 'memoria' non servirebbe a nulla, ed è per molti versi "impossibile". L’uomo e lo statista, il ladro e il politico, il gigante di Sigonella e il mariuolo (definizione coniata da Pillitteri in relazione a Mario Chiesa, e che merita di essere "allargata" a tutto il gruppo dirigente del Psi di allora, salvo pochissime "eccezioni") coincidono nella stessa persona. E Letizia Moratti ha (o avrebbe) "cose" ben più urgenti da fare che inseguire i fantasmi.

Autore: Andrea Dusio
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