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Rosarno, questione meridionale o extracomunitaria?

La violenza dei clandestini fonda sulle contraddizioni che stanno sfasciando il Paese

10/01/2010 - 22:57

Scrivo questo editoriale dalla stanza d’un appartamento di Arese, alle porte di Milano. Fuori, i colori dell’inverno che sono quelli, d’un verde vivido, del disgelo. Sembra di essere in un luogo qualsiasi della sconfinata provincia residenziale americana. È difficile da qui immaginare Rosarno Calabro, è difficile comprendere a chi siano riferite le promesse di rigore e intransigenza del ministro dell'Interno Maroni: agli sfruttati? Ai loro sfruttatori? A chi fa finta di non vedere che il nostro Sud somiglia al far west?

La storia delle ronde a mano armata della malavita organizzata contro i lavoratori extracomunitari ha già i suoi tragici precedenti in altre zone del Paese. Penso ai raccoglitori di colore freddati dalla camorra, in episodi che si chiamerebbero con il loro nome appropriato, stragi, se avessero come vittime cittadini italiani.

E d’altronde, il malcontento dei braccianti e la loro protesta violenta sono sì determinati da un clima di intolleranza e dalla condizioni disumane in cui sono costretti a vivere. Condizioni però che alcuni decenni fa, in quelle stesse terre, connotavano la vita dei lavoratori locali. In Calabria, l’orologio dei diritti si è fermato, con la complicità dello Stato. C’è molta confusione oggi tra i commentatori.

Marcello Veneziani de "Il Giornale" nel suo fondo prima parla di “una popolazione avventizia e clandestina che occupa gli spazi disertati dagli italiani”. Poi però è costretto ad ammettere che “Il punto debole è la famiglia italiana”.

Opererei personalmente una piccola correzione in corsa: il punto debole è il modello di società che si fonda apparentemente sui valori della famiglia, ma che in realtà nel nostro Sud poggia sulla commistione di interessi, e dunque dell’omertà, che produce tante "situazioni-polveriera", di cui lo Stato si interessa solo quando sfociano in contesti emergenziali.

È lo Stato delle ruspe, che smantella gli "obbrobri" architettonici e umani proliferati con il suo tacito consenso, fondato su di una classe politica, imprenditoriale e dirigenziale che si configura in quella 'zona grigia' situata tra l’irresponsabilità e la criminalità.

Rosarno Calabro
: una realtà che a molti di noi appare straordinariamente remota, e che vede convivere le immagini di guerriglia urbana di questi giorni con il confuso immaginario in cui abbiamo confinato la parte più arretrata del nostro Sud.

Pensavo al fatto che, pur avendo girato in lungo e in largo l’Italia, per lavoro e per diletto, in quella zona non sono mai stato. La Calabria è per molti versi considerata al Nord come una “terra del ritorno”, dei tanti compagni di vita lavorativa e amici che da lì vengono e che si trovano, spesso da molto tempo, qui a Milano.

La conosciamo dai loro racconti e dalla loro nostalgia, ma non ne abbiamo un’esperienza diretta. E a Milano dire Salerno-Reggio Calabria è ancora dire Hic sunt leones, tra leggende urbane di "assalti" in autostrada, come se fossimo in un film di John Wayne. E dunque parlare di Rosarno Calabro senza esserci stati è, certo, un elemento di disinformazione.

“La colpa è della mafia, si sente dire da più parti oggi, con un’approssimazione che non rende giustizia della connivenza con fenomeni come lo sfruttamento dei braccianti da parte delle istituzioni locali e delle stesse forze dell’ordine, in una regione dove vi sono 30.000 guardie forestali (una città!), ma non si riesce a sottrarre il lavoro della terra dal malcostume del caporalato. Anche se il reddito medio dichiarato dagli abitanti di Rosarno nel 2005 è di 12.000 euro, contro i 20.000 del capoluogo.

C’è però un’altra osservazione che val la pena di fare: molti dei lavoratori di colore che sono rimasti coinvolti negli incidenti, in Calabria, sono da parecchio tempo nel nostro sistema-lavoro, e sono stati impiegati in diverse attività in altre aree del Paese. Arrivano a Rosarno, dunque, in ragione di una domanda di lavoro, che corrisponde sì a una scelta disperata. Ma pur sempre di una domanda si tratta.

Gli italiani hanno smesso di voler fare determinati lavori, anche grazie alla capacità di assorbimento che nelle zone più disastrate del nostro Paese ha ancora l’apparato statale: una forma di assistenzialismo che si traduce nella pratica del voto di scambio, e nella crescita abnorme di forme di sostegno indebito erogato dal settore pubblico

Non saremo certo noi a scoprire il proliferare di falsi invalidi, così come quello del lavoro nero, che si configura spesso come un secondo o comunque doppio lavoro. Ma, a causa di queste forme di statalismo, che determina il "riversarsi" nel terziario e nei servizi di una parte consistente della forza lavoro precedentemente occupata sulla terra, oggi il motore dell’agricoltura e dell’allevamento del nostro Sud sono gli immigrati, così come avviene nel Nord per gli operai e gli addetti alle mansioni "manuali" nell’industria.

Con la differenza di un’allargarsi a macchia d’olio della mancanza di ogni regola. E d’altronde, una società che non ha saputo rifondare le basi del lavoro salariato nemmeno per quel che riguarda le professioni più strategiche e remunerate, di certo non lo farà per quella forza occupazionale che viene considerata, brutalmente, "carne da cannone".

Veneziani si sbaglia. La società italiana non è regredita, semplicemente ci sono vaste aree del Paese che, in ragione della cultura dominante, hanno rinunciato alla modernità.

Anche in Svizzera i mestieri “di fatica” vengono fatti immancabilmente da cittadini stranieri, ma con il rispetto di regole rigide e scrupolose, che sono fatte di doveri ma anche di diritti.

Non
pensi dunque Maroni che un semplice "giro di vite" possa valere a risolvere la situazione di Rosarno: la realtà è che lì, come a Manduria o nel casertano, i braccianti agrari compiono un lavoro che si pone ormai al di fuori delle logiche del mondo occidentale.

E se vengono trattati da "bestie da soma", è difficile poi pensare che, una volta tornati nelle proprie baracche o nei lugubri edifici in rovina dove vengono ammassati, si trasformino per magia in cittadini modello.

Quella rabbia è figlia di una condizione feroce in cui gli stessi abitanti di Rosarno hanno confinato i lavoratori delle loro terre. Non siamo infatti nel Messico latifondista di Zorro: a godere dei benefici di questa moderna forma di schiavismo sono per primi gli stessi proprietari delle terre su cui i ribelli di questi giorni lavorano.

Serve allora che lo Stato si ponga seriamente una domanda: intende continuare nell’equivoco storico, che si perpetra almeno dal secondo dopoguerra, e fingere che esista una sola Italia, normata dalle stesse regole? O intende riappropriarsi di una terra in cui la legge è "lettera morta", per responsabilità diretta della politica locale?

Pur con tante difficoltà, in un rapporto ancor oggi conflittuale tra Stato e Antistato, la Sicilia, indubbiamente una terra che ha altra storia e altre risorse rispetto alla Calabria, ma pur sempre abbandonata per decenni alla criminalità organizzata, ce l’ha fatta. Si è riappropriata della propria 'visibilità' e oggi ha un futuro: problematico certo, ma ricco di sfide.

La Calabria invece è una terra condannata oggi all’invisibilità, proprio perché fa comodo a chi ci governa non vedere, e immaginare che gli scenari di guerriglia coloniale si generino da sé. Possiamo spostare altrove i braccianti di Rosarno. Possiamo “rimandarli a casa”. Possiamo mettere le lance della Marina Militare e della Finanza a pattugliare giorno e notte le nostre acque territoriali, e respingere i "barconi della disperazione", i dannati del mondo moderno.

Ma se non facciamo ordine al nostro interno, se continuiamo a fingere di non vedere cosa succede nelle nostre città, nelle nostre campagne, in tutti quei contesti in cui lo Stato arretra, la legalità sparisce e le organizzazioni criminali inventano de facto gli unici modelli economici che si rivelano “infernalmente” sostenibili, questo Paese ancor prima di spaccarsi, come piacerebbe a quelle forze di governo che giocano a fare l’opposizione, si sfascerà inesorabilmente. Precipitando a casa nostra.

Rosarno è già alle porte di casa nostra. Non ha però il volto violento dell’immigrato arrabbiato, ma quello sfuggente di chi lo sfrutta, irregolarmente.

Autore: Andrea Dusio
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