
22/01/2010 - La chiamavano la "Cicala”. Era una signora di mezz’età, di quelle che sembrano "nate" dietro la cassa. Il marito era la sua "vittima" designata. Succube, oggetto privilegiato delle sue angherie, si aggirava dietro il bancone sempre più incurvato, mimetizzandosi dietro due lenti da miope. Il loro bar non aveva nulla di "speciale". Quattro tavolini, una tenda che nasconde la strada, un gioco elettronico di quelli da perderci la testa, 'Pac-man' o qualcosa del genere, e lunghe file di ragazzi in attesa a tutte le ore. Ma quel bar era, invece, "speciale", perché era il "Bar dell’Inter". Era lì, in via Veniero, che i nerazzurri si davano appuntamento prima delle partite o degli allenamenti. E sempre lì, il pullman li riconsegnava alla città dopo la fine del match a San Siro o delle trasferte, con una piccola folla di persone sempre pronta ad acclamare o a fischiare, e i giocatori veloci a sgusciare in macchine molto meno appariscenti di quelle di oggi, o a scivolare nella buca del metrò di Piazzale Lotto.
Ma in via Veniero c’era anche qualcos’altro. Avanti cento metri, proprio a fianco della pompa di benzina, c’era un altro bar, che tutti chiamavano semplicemente “da Jano”. Jano era il proprietario, e il ricordo del suo nome "completo" si stinge, forse Valeriano, forse era sardo, di certo era un tipo con occhi e capelli neri, bassa statura, e il suo locale era stretto, e dava su di un cortile dove c’era il laboratorio di tappezzeria del mio amico Luca. Per andare da lui, che a quattordici anni, prima di tutti, aveva iniziato a lavorare col padre, dovevi per forza attraversare il bar. Con un certo imbarazzo, quasi con gli occhi bassi, dando al massimo una sbirciata alla 'Gazzetta dello Sport', spiegazzata dopo troppe letture sin da metà mattino, mille volte risistemata alla "bella meglio" dagli avventori, sino a diventare un cumulo informe di fogli, pieni di attese miracolistiche di campioni che allora non ne volevano proprio sapere di venire a giocare in Italia. Jano era simpatico, il suo bar era vivace, pieno di rumore, era un punto di ritrovo per tutto il quartiere. Il suo problema era un altro: il suo bar era il "Bar del Milan".
Ora, immaginate il mio dilemma di ragazzino. Andare dall’antipaticissima 'Cicala', che però con il suo bar gestiva una sorta di ritrovo "ufficiale" della mia squadra del cuore, dove potevi incontrare Bordon, Altobelli, Beccalossi, Muraro, oppure chiedere asilo politico dai rossoneri, tanto più maledetti eppure smaccatamente più simpatici?
Era la Milano della fine degli anni '70, quella di cui si parla sempre solo per rievocare le gesta di Vallanzasca o delle Brigate Rosse. E invece era anche la città di due squadre ancora lontane dal diventare le corazzate dei decenni a venire, spesso soccombenti a livello nazionale contro Juventus e Torino, allenate da tecnici italianissimi, senza stranieri, senza follie, senza veline, senza (almeno eclatanti) notti in discoteca.
Dall’altra parte del quartiere c’era il bar di Angelo Epaminonda, il “Tebano”, snodo dello smercio di droga della città. Epaminonda se la faceva con la barista, lo sapevano tutti. Durante l’ultima latitanza erano andati a pizzicarlo proprio lì, in una delle stanze sopra il locale, nel "grigio senza rimedio" di via Silva.
Per le mamme della zona era certo preferibile immaginare i propri figli alle prese con le diatribe, tutto sommato innocue, tra due squadre, piuttosto che frammisti a spacciatori e donne della mala, in quei locali sempre troppo angusti, sospesi in un odore di rancido che resta l’indelebile ricordo olfattivo dell’epoca.
Era la città del derby, più povera e più viva di quella di oggi, più grigia e violenta, di certo però anche più appassionata, affamata di entusiasmi "sani". Della stracittadina si cominciava a parlare dal lunedì precedente. Non esistevano i talk-show televisivi, i notiziari a ripetizione, il web, gli uffici stampa. Tutto avveniva lì, al bar. Ti giocavi il derby per sei giorni, finché non arrivava il giorno "vero", l’unico che contava, dove bruciavi tutto in un’ora e mezza che a volte scivolava via come una gazzosa, e altre era interminabile e uggiosa come i pomeriggi d’asfalto di una città senza profumi e colori.
Nero. Nero col rosso, nero con l’azzurro. Le maglie con le bande sempre più strette, ancora senza sponsor, ora con il colletto. Il gagliardetto, quest’oggetto ora sconosciuto, e che invece allora campeggiava in ogni stanza di ragazzino milanese. Il cuscinetto per andare allo stadio, dove non c’erano ancora le sedute, dei colori della squadra del cuore.
Si diceva allora che l’Inter fosse la squadra della vecchia borghesia, e il Milan quella degli operai. L’Inter dei milanesi doc. Il Milan dei terroni. Di certo, in alcuni quartieri bene tutti erano nerazzurri. Il bauscia tipico era interista. Il militante di sinistra, invece, era milanista. Il Presidente dell’Inter era un industriale dai modi signorili, distaccati, di nome Fraizzoli. Molto più di lui, il pubblico si identificava con la moglie, vera e propria pasionaria da curva, lady Renata. Il presidente del Milan era Farina, un imprenditore pasticcione, smargiasso e un po’ troppo disinvolto, pronto a gesti clamorosi così come a inusitate meschinità.
Le bandiere, estremamente consunte, erano Mazzola e Rivera. Il Milan provava allora a darsi una "fisionomia" da squadra olandese, con il ricorso alla "zona", insegnata da uno dei più grandi giocatori europei della storia, Nils Liedholm. Un allenatore a cui non potevi non volere bene, che con le sue freddure smozzicate in un italiano che non aveva mai imparato dava da scrivere ai cronisti per tutta la settimana. Il coach dell’Inter era invece un sergente di ferro, Eugenio Bersellini, e non saranno in tanti a ricordarsene.
Dunque che ci facevo mai con quelli dell’Inter, che erano tanto più antipatici, spocchiosi, borghesi, perbenisti, destrorsi?
L’Inter però aveva una "cosa" che il Milan non si poteva nemmeno sognare. Aveva Evaristo Beccalossi. C’era un termine, allora molto in uso sui campetti di periferia. Un epiteto che si alzava puntualmente anche dalla curva dell’Inter, nelle giornate in cui Beccalossi non era in vena: “veneziano”. L’etimo era ignoto, ma stava a indicare un giocatore che non passa mai la palla, nemmeno a morire. Uno che gioca "da solo", come se fosse affetto da una strana forma di daltonismo, che gli fa vedere solo maglie avversarie. Bene, Beccalossi era un “Venezia”. Il più "Venezia" di tutti. Non la dava mai. Girava per il campo volteggiando in strane serpentine orizzontali, inanellando dribbling su dribbling. A volte ti faceva proprio incazzare. Ma in un’epoca in cui dovevi “servire il popolo” anche in un campo da calcio, il suo sprezzante individualismo da brescianotto supponente, l’aria da presa per i fondelli che avevano le sue evoluzioni, quasi stesse ancora giocando sul sagrato della chiesa, mandavano tutti letteralmente in visibilio.
Poi venne Berlusconi, che rimescolò le carte, trasformò il Paese e prima del Paese il pallone, fece diventare di Sinistra quel che era di Destra e viceversa, mandò gli interisti all’opposizione, rese Massimo Moratti più simpatico del 'Che', anche se veniva da una famiglia di petrolieri, l’Inter si riempì di sudamericani e tornò a essere fedele al suo nome d’origine, che è 'Internazionale', e più comunista di così non si può, c’è anche Chavez che ogni tanto viene a tifarla a San Siro.
Pazienza se anche il Sindaco, che certo comunista non è, si chiama Moratti. Pazienza se è del partito di Berlusconi. Il Milan ha tifosi che non sanno più augurarsi se vincere o perdere, il loro problema è diventato un Presidente che dovunque va e qualsiasi cosa faccia è sempre troppo ingombrante, hai un bel dire il Milan degli olandesi o di Sacchi, il Milan di Capello, quello di Pirlo e Gattuso. No, il Milan è sempre e solo di Silvio. Con tutto ciò che ne consegue, automaticamente ed inevitabilmente.
Da un paio d’anni, le cose sono cambiate ancora una volta. La fase di schiacciante "predominio" interista, conseguente allo scandalo di Calciopoli e all’inesorabile logoramento dei veterani del Milan, sembra essere rimessa in discussione dal nuovo corso di via Turati. C’è un allenatore, Leonardo, su cui nessuno era pronto a scommettere. Era "nuovo" del mestiere, e anche la sua carriera di calciatore era stata spesso frenata da infortuni. Tutti sapevano che era un “intellettuale”, come lo può essere un calciatore. Un normotipo, insomma, che non ha in testa solo starlette e macchine sportive. Ma un normotipo era proprio quel che serviva per "far le scarpe" a Mourinho. Leonardo vive questo derby in una maniera anomala. Sei mesi fa nessuno gli avrebbe dato da allenare la squadra di calcetto del suo pianerottolo. Nessuno tranne Silvio Berlusconi. E infatti dopo due giornate lo avevano bollato come il "maggiordomo" del Premier. Come un "incapace", un signor "Nessuno". Un altro avrebbe gettato la spugna. Lui ha insistito su di un modulo (4-2-4) apparentemente "folle". Due blocchi, uno in difesa e uno in attacco. A centrocampo, in molti frangenti, due-uno-nessuno. I mediani che si devono "spaccare" gambe e polmoni per fare il pendolino tra le due aree (una vita più "grama" della canzone di Ligabue, su Oriali).
Venduto Kakà, Leo ha fatto la cosa più semplice. Invece che cercarne un improbabile "sostituto", ne ha cancellato la figura dal campo. Ha ridistribuito il gradiente di creatività tra i suoi attaccanti, chiamandoli a una collaborazione più assidua, con e senza palla. Ha lasciato "carta bianca" a Pato e Ronaldinho. Ha gestito con sapienza le alternanze tra Huntelaar, Inzaghi e Borriello. Ha ridato "spolvero" a Nesta e Ambrosini. Ha lasciato che Gattuso si lamentasse; ha trovato una maniera nuova di fare stare in campo Pirlo. È riuscito persino a ridare fiducia a Dida, il portiere "croce e delizia" degli ultimi vent’anni rossoneri.
Con quell’aria un po’ da attore di soap, mai scompigliato, nemmeno nel cuore della battaglia, Leonardo somiglia sempre più a un Mancini senza sciarpa, un po’ meno ciuffo e un po’ più parlantina. Il suo Presidente si vanta "da sempre" di essere un liberale. Beh, Leonardo è di certo la cosa più 'liberal' che ha prodotto in tanti anni la galassia-Berlusconi. Lasciar fare, lasciar giocare. Quello che ci ha promesso tante volte, a vanvera, Tremonti, Leonardo, invece, l’ha fatto.
Col nostro Premier, Mourinho condivide invece il "culto della personalità" (chiamiamola megalomania) e l’incapacità di stare zitto. Anche lui è un uomo che "spacca". O lo consideri un genio o un "pallone gonfiato". In realtà, l’uomo è più intelligente sia dell’allenatore che delle sue parole. Tatticamente non inventa nulla. Tecnicamente, esattamente come Sacchi, non ha mai giocato a pallone ad alti livelli. Non sa come far muovere una squadra in campo, ma è abile nel trovare chi lo faccia per lui. La genialata di Mourinho si chiama Sneijder, un '10' più forte di qualsiasi schema, perché lo "schema" è lui, con quella capacità rabdomantica di seguire i fili invisibili del gioco, dettandone così il ritmo ai compagni. 'Mou' ha capito probabilmente che il direttore d’orchestra non può "sedere in panchina", ma deve stare in mezzo al campo. Un’assunzione dei limiti del proprio ruolo che non è poco per uno come lui. Ha passato la bacchetta al regista olandese, e per ora se ne gode i "frutti". Gli resta il tempo per litigare con Balotelli, coi giornalisti, con i vigili urbani, i raccattapalle, gli autostoppisti, gli ingegneri nucleari e i giardinieri.
Leo e Mou sono, ancor prima che uomini di campo, due opinionisti di se stessi, abituati a discutere incessantemente sul proprio pensiero e lavoro. Nel bene e nel male, incarnano alla "perfezione" un Paese che non si è più ripreso dall’avvento dell'emittenza privata, e si è trasformato in tutte le sue pieghe in un interminabile "Maurizio Costanzo show".
Molti, troppi, anni fa, finale straordinario di un derby ordinario. Il Milan è sotto di 2 gol (a zero) e gli interisti stanno prendendo una boccata d’aria fuori dal bar della 'Cicala'. Il risultato è ormai "in tasca". Con un tiraccio De Vecchi accorcia le distanze. La folla che gravita sulla porta di Jano improvvisamente si rianima. La 'Cicala' sente i rumori e esce in strada: “Cosa avete da far casino?”. Mancano un paio di minuti. Aggiunge: “Tanto ormai avete perso!”. In quel mentre, De Vecchi, ancora lui, tira un’altra sassata. E pareggia. Un tizio, non ricordo chi, salta come un grillo fuori dal locale di Jano, e a un certo punto sembra quasi prendere il volo, e, mentre si libra nell’aria, fa un colossale gesto dell’ombrello in direzione della barista interista.
Il derby era una "cosa" così. Il "resto" fatevelo raccontare da Elisabetta Canalis.
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