
Hanno destato grande indignazione in questi giorni le dichiarazioni di un comprimario della televisione di Stato, relative ad abitudini alimentari che in molti ricordano essere state in uso, anche se considerate “barbare” dai più, sino a pochi decenni fa, ma che sono diventate improvvisamente indicibili. E ci troviamo a dover esprimere un giudizio non già in merito all’espulsione di questi dal programma in cui lavorava, quanto in relazione al modello culturale che si configura come retroterra di questa vicenda marginale.
La nostra è una società inconsapevolmente onnivora: sino all’industrializzazione della produzione alimentare sapevamo con una certa "precisione" cosa avremmo mangiato. Oggi invece ci sfuggono i processi che portano il cibo sulle nostre tavole. Da qualche decennio abbiamo iniziato in tal senso a porci un salutare dubbio metodico, relativo alla "qualità" e alla "provenienza" di ciò che mangiamo. Solo gruppi ristretti di individui però esercitano scelte consapevoli in relazione alle proprie abitudini alimentari: gli altri si accontentano di un livello di informazione superficiale, e che non rispecchia in alcun modo la complessità delle catene di produzione e di distribuzione che segue l’industria alimentare "moderna", sempre più globalizzata e delocalizzata.
All’interno di questa disinformazione di fondo, ogni gruppo etnico o religioso mantiene propri tabù alimentari. In quanto tabù appunto, non rispondono come logica ad altro se non alla griglia di inibizioni che è propria di una determinata declinazione della psicologia collettiva: chi non mangia il gatto, chi non mangia il maiale, chi il bovino, chi il cane. A queste inclinazioni della società se ne sovrappongono alcune individuali: “non mangio nulla di ciò che nuota o vola”, mi confida un amico. E su che basi dargli torto?
È facile in tal senso dimostrare che si tratta per lo più di pruderie conformiste, e che gli animalisti autentici sono pochissimi: tutti gli altri assumono atteggiamenti che i "puristi" come i Vegani stigmatizzano: “Meat is murder”; cantavano tre decenni fa The Smiths: “La carne è omicidio”; un’affermazione perentoria che in sé non ammette eccezioni.
Quel che però dobbiamo provare a capire non è tanto il limite pratica di questa "posizione", o, al contrario, l’equipollenza di ogni modello alimentare, con i suoi tabù e, dall’altra parte, i suoi riti. In realtà occorre fare un passo in più, e provare a misurarci con quello che potremmo definire come l’ “antropomorfismo del mondo animale”, che è sicuramente uno dei paradigmi culturali emergenti all’interno del rapporto tra la nostra specie e la natura.
La vita nella società contadina era scandita da riti alimentari molto "precisi": chi ne abbia voglia, può andare a cercare in tal senso i molti volumi, tutti interessantissimi, che ha scritto sull’argomento Piero Camporesi. Oggi quel mondo non esiste più, ed è stato sostituito da un lifestyle che prevede nel rapporto con la realtà "processi" di inclusione/esclusione molto precisi. Esiste una serie di "cose" che rientrano nella sfera affettiva della nostra vita domestica e familiare. E, dall’altra parte, c’è il mondo "esterno", verso cui conserviamo "atteggiamenti" ambivalenti di curiosità/paura e attrazione/repulsione.
Il cane, il gatto, il pesce rosso, la tartaruga, ma per chi ce li ha in casa anche il coniglio ariete, l’iguana, la tarantola o la rana blu della Colombia, entrano in questa sfera, esattamente come il nonno, la tata e la portinaia. A chi mai verrebbe in mente di mangiarsi il lattaio o il giornalaio?
Allo stesso modo, le “carnine bianche”, per citare l’esecrato Bigazzi, del gatto e quelle del pollo sono "diverse" solo per un fatto: il primo, con la dissoluzione della civiltà contadina, ce lo siamo portati in casa, il secondo è rimasto sull’aia.
Da piccolo, chi scrive, ha posseduto, come animale domestico nella casa di campagna, una gallina americana e un coniglio. A immaginare che qualcuno se li potesse mangiare avrei provato 'orrore'. Certe specie, come il gatto o il cane, sono ormai domestiche a tutti gli effetti da secoli, e il nostro atteggiamento è assolutamente “naturale”: ma dobbiamo ricordarci che si tratta solo di un modello culturale sedimentato da molto tempo, e nient’altro. Pensiamo al maiale: ancora i nostri bisnonni lo trattavano come uno “di famiglia”, e ne avevano ben donde, perché la sua uccisione serviva a sostentare tutti per la durata intera dell’inverno. Oggi le "ragioni" dell’ecosistema che ruotava sull’economia di sostentamento “chiusa” della famiglia, hanno lasciato spazio ad altri valori, apparentemente (forse) di più ampio respiro.
I comportamenti anche in questo ambito non sono in alcun modo standardizzati: in una spiaggia ligure, qualche anno, fa venni “sgridato” per aver tentato di eliminare un calabrone che si era ostinato a perseguitarmi per via del mio olio abbronzante: “Lo lasci stare, colpa sua che usa quelle schifezze chimiche”. Dall’altra parte, conosco uomini che passano settimane a piantare, amorevolmente, alberi ed arbusti, e poi fanno una vacanza in Namibia e tornano con la pelle del ghepardo in valigia. E ho anche imparato a capire che si tratta di persone molto spesso animate da un genuino, anche se in molte misure contraddittorio, innamoramento per il ritorno a un mondo in cui la natura abbia il predominio. Alcuni individui sentono il bisogno di confrontarsi con questa sfera: la società deve in tal senso occuparsi di normare attività come la caccia, anche severamente magari. Vietarle però avrebbe l’effetto-boomerang di ogni proibizionismo, che nel mondo globalizzato finisce solo per diventare una specie di deregulation a macchia di leopardo.
Tornando a Bigazzi, la televisione pubblica risponde ai criteri di sensibilità comune, ed è "normale" in tal senso che sia stato cacciato, e che magari Erika e Omar, invece, vengano ricercati da tutti per un’intervista. Si tratta ancora una volta di tabù da preservare/infrangere, all’interno di un mondo in cui anche la società dello spettacolo è stata inglobata da quest’implosione del nostro immaginario nella sfera rassicurante/alienante della famiglia nucleare (pensate in tal senso a tanto cinema americano, e, per esempio, a quella scena di “Attrazione fatale” in cui Glenn Close cuoce il coniglio della figlia di Michael Douglas, l’amante che l’ha rifiutata per tornare alla vita famigliare, e com’è carica di significati quella pentola a pressione fischiettante nella cucina di Douglas, con dentro il coniglio in cottura…).
Alla "macchietta" del cuoco toscano che porta nelle nostre case il repertorio risaputo di sottointesi a sfondo culinario/sessuale quell’allusione alla bontà della carne di gatto sarebbe stata concessa in qualsiasi tavolata conviviale, tutt’al più con qualche gridolino inorridito delle signore presenti. Ma all’ora di pranzo portare a tavola il retaggio pesante della povertà contadina, fatta d’una miseria senza nobiltà e redenzione, è il più grave dei gesti, e merita un mea culpa, al pari delle ruberie ciniche degli imprenditori e dei funzionari guardati sino a ieri come “gli angeli della protezione civile”. In un mondo senza angeli e con sempre più felini spelacchiati che rischiano di rimetterci le loro “carnine bianche”, viene allora in mente un film magistrale di Luigi Comencini, con Tognazzi e la Melato: “Il gatto”, appunto, dove l’uccisione di un micio portava a nudo prima tutte le miserie dei rapporti di vicinato in un condominio romano, e poi una serie di vicende di intrighi sempre più altolocati, sino ad arrivare a una vicenda di spionaggio di stato. Dal gatto al golpe, il passo è brevissimo, e tutto avviene sempre in famiglia. Spiegatelo un po’ a quel “grullo” di Bigazzi.
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