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Niente voto ma una gita "al mare", per produrre un "assordante" silenzio

L'inutile candidatura di Agnoletto si somma a quella, data sfavorita, di Penati. La Sinistra è troppo divisa

28/02/2010 - 11:11

Vittorio Agnoletto si candida alla presidenza della Regione Lombardia per la coalizione Prc-PdCi.

È una delle scelte più "infelici" di questa tornata elettorale. Chi scrive non ha nessuna "stima" di Agnoletto. Su di lui grava una parte importante della responsabilità dei "fatti" di Genova del 2001. In quell’occasione Agnoletto, che guidava il movimento no-global, si trovò nella condizione privilegiata di portavoce del Genoa Social Forum. Fu lui a coordinare la prima manifestazione senza servizio d’ordine della Sinistra militante italiana. E a configurare l’invasione della zona rossa come obiettivo di quella giornata. Unitamente al governo Amato, e al suo ministro dell’interno Bianco, che designò una città del tutto inadatta ad ospitare una manifestazione del genere, al ministro dell’interno del governo in carica (il Berlusconi II), Scajola, ai responsabili delle forze dell’ordine, Agnoletto è tra le persone che contribuirono a creare il clima rovente e i disordini sfociati nella morte di Carlo Giuliani.

Non ho paura a scriverlo: ricordo le parole a caldo di Daniele Farina, allora responsabile del Leoncavallo, durante la manifestazione: la sua sorpresa nel constatare che non c’era alcuna forma di "protezione" del corteo. Chi si è trovato a manifestare negli anni '70 o ancora, come il sottoscritto, negli anni '80, ricorda benissimo che, perché l’evento non degeneri e non si creino situazioni di "scontro diretto" tra i manifestanti inermi e i celerini, i cortei erano presidiati, quasi “militarmente”, da gruppi specializzati tecnicamente nell’evitare gli scontri.

Invece Agnoletto mandò allo "sbaraglio" le persone che erano convenute pacificamente a Genova, senza pensare minimamente a contenere le azioni dei Black Bloc, e offrendo così il destro alla repressione violenta e indiscriminata delle Forze dell’Ordine, con i fatti gravissimi di quel giorno.

Non intendiamo qui scrivere che il vero e proprio rigurgito fascista delle giornate seguenti, allorché la nostra Polizia scrisse, forse, una delle pagine più nere della sua storia, o la presenza, inspiegabile ed ingiustificabile, di parlamentari di primo piano di Alleanza Nazionale, privi di incarichi governativi, nella postazione di comando delle Forze dell’Ordine, così come le violenze perpetrate verso gli operatori dell’informazione, e tutti i gravissimi abusi che seguirono la morte di Giuliani, e che si configurano come il più recente episodio di “eversione di stato” della nostra storia repubblicana abbiano in Agnoletto un "mandante". Certo è che la sua sprovvedutezza e il suo incrollabilecandore” diedero alla manifestazione l’imprinting che abbiamo ricordato.

Anche in seguito, Agnoletto non si è mai distinto per particolare lungimiranza politica. L’oltranzismo delle sue posizioni ha messo spesso in difficoltà la Sinistra, e offerto il fianco alle stigmatizzazioni degli esponenti della coalizione di Centro-Destra.

Ne avevamo apprezzato, invece, il lavoro nella Lila (Lega Italiana per la Lotta all'Aids), da lui fondata nel 1987. Il suo è uno dei tanti casi in cui un "tecnico" avrebbe fatto bene a rimanere "tale". Ricordo Agnoletto proprio ai tempi delle mie prime "passioni" politiche, allorché era membro della segreteria nazionale di Democrazia Proletaria, una formazione politica che allora "attirava" molto noi giovani liceali (al partito creato da Mario Capanna andava la mia ammirazione di neo-maggiorenne), ma che in realtà, richiamandosi all’esperienza del movimentismo, era già allora, di fatto, "fuori dalla storia". Figuriamoci oltre 15 anni dopo...

Chi scrive crede che esista un punto di mediazione tra il voto di "protesta" e il voto di "consenso" di ispirazione clientelare. Una specie di "punto G" che la Sinistra milanese, ancora una volta, non ha saputo trovare, proponendo 2 candidati "perdenti" che non posseggono nemmeno il fascino della "vittima", quando possedeva altre "carte" ben più interessanti, a partire da un "certo" Civati.

Al patetico slogan della "marcia in più" di Penati (con una città che resta "a piedi", per la seconda volta, in poche settimane) si sovrappone, ora, l’opposizione senza testa di Agnoletto. Che, ci scommetto, molti di coloro che ci leggono non troverebbero "affidabile" nemmeno come amministratore di condominio.

Cosa può portare di nuovo la candidatura di un personaggio che ha attraversato tutte le "stagioni perdenti" della Sinistra? Perché non proporre candidature davvero di "rottura", che siano espressione autentica della società civile, e non di una “riserva indiana”, pur con tutto il rispetto che alle "riserve" si deve?

Mai come in queste settimane il progetto politico del 'PdL' mostra in Lombardia tutti i suoi "limiti" evidenti. L’imbarazzante "pressappochismo" con cui si è provveduto, con ritardi ed errori, a intervenire per contenere l’inquinamento delittuoso del Lambro; il fatto che attorno all’origine dolosa di questo episodio non siano a oggi state fornite "ragioni" spiegabili; l’impudicizia verso i propri stessi militanti con cui Formigoni ha accettato passivamente la candidatura dell’ “igienista mentale” di un Berlusconi sempre più in preda all'egocentrismo; la corruzione dilagante a ogni livello dell’amministrazione locale tra gli esponenti della Maggioranza, da Palazzo Marino al Pirellone; l’incapacità, infine, cosa più grave di tutte, di trovare un "punto di incontro" tra Milano e i comuni del hinterland, nemmeno su di un tema come le "domeniche a piedi", dimostrando così che il Governatore sa sì distribuire prebende e gestire nomine e interessi, ma non è poi capace di porre in essere un’azione di "pressione" sugli organismi locali, nemmeno su di un obiettivo minimo...

E a tutto ciò il 'PD' risponde con “la marcia in più” (forse indietro?) di chi ha perso già una corsa, in "teoria" ben più facile, alle provinciali, e si pone, di fatto, come "vittima sacrificale", e, di contro, 'Prc' e 'Pdci' giocano la "carta" di un nome schierato per definizione a sinistra di se stesso, senza non dico un progetto ma nemmeno una semplice idea di gestione di territorio (o condominio).

Le elezioni, a questo punto, in Lombardia si potrebbero anche non fare. E forse si potrebbe quel giorno andare davvero "tutti al mare", come invitava a fare un politico tornato in auge per il tema, di grande impatto sociale (!), dell’assegnazione del nome di un giardinetto pubblico.

La società italiana è attraversata da una sfiducia non già verso le istituzioni, ma anche nei confronti della possibilità di una politica e di un’idea del potere diversa da quella esistente. Come un organismo privo ormai di anticorpi, il nostro "corpo civile" è devastato da ogni sorta di batteri.

L’Italia è un paese in cui non "esiste" più niente. Le società di telecomunicazioni procedono alle loro ricapitalizzazioni con le liquidità delle organizzazioni criminali; i parlamentari vengono scelti, sostenuti e controllati dalle cosche, anche con operazioni spericolate di "voto di scambio" generate, di fatto, da errori del legislatore, e in assenza di qualsiasi intervento degli organismi di controllo; quelle che sono considerate le nostre “eccellenze”, come la Protezione Civile, si trovano a rispondere a obiezioni fondate sulla loro effettiva trasparenza, allorché sono al centro di vorticosi giri di denaro.
Gli ex-piduisti si riciclano come "salvatori del popolo", trascinando i lavoratori, che perdono quel posto di lavoro che lo Stato non sa nè può più mantenere loro, sul palco dell’Ariston, mentre le loro compagne insegnano ai nostri ragazzi a percorrere la strada di un arrivismo senza scrupoli.

Ultimamente mi è capitato di chiacchierare con un attore porno che prima faceva il tronista. E che mi ha spiegato che per trovare un po’ di "correttezza professionale" ha dovuto abbandonare la tv e i suoi compromessi "vergognosi", in favore del mondo, molto più serio e corretto, dell’hard.

Viale Padova è teatro di scontri tra gang armate di coltelli, a riprova che la politica della mancata integrazione e della ghettizzazione degli extracomunitari genera forti problematicità sociali. Milano si è "divisa" in 2 città: oltre piazzale Loreto si apre un’area in cui i nostri connazionali non si sentono più al sicuro, a fronte di tutte le parole (a vuoto) spese dal 'PdL', che governa ininterrottamente la città da 15 anni, sul tema. Serve invece un’azione di mediazione culturale, serve l’integrazione, perché il movimento dei popoli è oggi inarrestabile, checché ne pensino De Corato e Salvini, e non serve ricondurre all’illegalità un fenomeno che invece va sì rigorosamente "normato", ma a fini di monitoraggio, non di inutile repressione.

Tra obelischi da 400 milioni di euro (dei contribuenti), incentivi e finanziamenti "rutilatanti" senza chiari obiettivi stragegici, amministratori collezionisti di mazzette, favori sessuali (veri o presunti, comunque presumibili), candidate selezionate con il metro delle copertine, politici "trombati" ante-litteram o new-entry-dinosauri ormai mummificati... lo scenario della domenica delle elezioni regionali si sovrappone ad uno sfondo nichilista. Un’urna completamente vuota, i seggi disertati, una percentuale di schede bianche che superi la maggioranza assoluta.

Forse oggi agli italiani non resta che quest’ultima "arma": far comprendere alla propria, irresponsabile, classe politica che può anche andare avanti a fare i "propri affari", più o meno leciti, ma senza il nostro "consenso": si sono trasformati in feudatari, violando in tutti i modi i valori della democrazia rappresentativa e facendosi "beffa" delle logiche del buon governo, a partire dall’idea dell’alternanza, che sarebbe uno dei principi chiave per evitare la sclerotizzazione delle istituzioni e la loro trasformazione in principati.

Seppelliamo la 'casta' sotto un’assordante silenzio: solo misurando con gli strumenti dei venditori e dei pubblicitari il proprio fallimento, i nostri politici capiranno che l’aria nel Paese è radicalmente cambiata. O almeno questa è la mia speranza.

Autore: Andrea Dusio
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