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Elezioni regionali: hanno già "perso" tutti!

Dopo i corsi e ricorsi giudiziali piuttosto che il decreto "salva-liste", cosa è cambiato nell'elettorato?

07/03/2010 - 15:15

Nulla, se non una disaffezione ancora maggiore del cittadino nei confronti della 'politica'.  Si sono spesi "fiumi di parole" per commentare la vicenda della minacciata esclusione delle lista del PdL dalle elezioni per le 'regionali' e della loro riammissione, grazie alle decisioni del Tar e soprattutto alla firma del decreto "interpretativo" della legge da parte del presidente Napolitano.

In merito, chi scrive ha la propria opinione, ma ritiene che piuttosto che esprimerla sia più interessante dare luogo a una sorta di "simulazione". Invertiamo per un attimo le 'parti'. Proviamo cioè a immaginare che le liste presentate dal PD contenessero le stesse contestate al PdL, e che nel contempo le liste del Centro-Destra fossero regolari, o, comunque, che tali venissero considerate.

La 1° domanda è: come le avrebbero valutate i giudici che hanno individuato le magagne delle liste Polverini e Formigoni?

E ancora: se fossero state considerate irregolari, il Governo si sarebbe adoperato in ogni modo per ottenerne comunque l’ammissibilità in vista delle elezioni?

E poi: il Presidente della Repubblica avrebbe firmato in tal caso il Decreto?

(Attenzione: provate a rispondere per conto vostro prima di continuare a leggere)

Io la penso così: in caso di irregolarità nelle liste del PD, i giudici avrebbero lasciato correre. Se invece avessero escluso la lista Piddina, come è avvenuta per quelle del PdL, il Governo avrebbe ignorato la questione, e la Destra avrebbe corso da sola. In caso fosse stato presentato “voltairianamente”  un decreto "riparatore", Napolitano lo avrebbe comunque firmato, anche se con motivazioni differenti.

Il nostro Paese continua  a vivere una situazione di sospensione "di fatto" della democrazia, legata al conflitto ogni giorno più insanabile tra il Governo e la Magistratura. Sono in molti a sostenere che Napolitano abbia operato per scongiurare rischi "maggiori", e le dichiarazioni fuori-tempo, fuori-luogo e fuori-ruolo del ministro della Difesa, La Russa (“Non siamo responsabili delle nostre azioni”), fanno capire che poteva trattarsi di rischi "reali".

Le accuse di Di Pietro al Presidente sono in quest’ottica inappropriate. Ma resta il fatto che, scampata l’evenienza di una seconda “Marcia su Roma”, viviamo in una situazione di doppio golpe endemico, con i poteri dello Stato che giocano l’uno alla sopraffazione dell’altro. In questo contesto, non serve a nulla tornare a disquisire sul contenuto dei singoli articoli del decreto “salvaliste”: l’abuso di uno strumento che dovrebbe essere riservato solo a poche situazioni isolate è fondativo oggi di una prassi legislativa che serve a superare di volta in volta le crisi della legislatura determinate dai provvedimenti giudiziari di cui è oggetto sia il Presidente del Consiglio che la Maggioranza che lo sostiene. In questa situazione, il PD doveva operare "in contropiede" con il Capo dello Stato, ed esercitare una pressione eguale e contraria a quella del PdL, annunciando il "ritiro" delle proprie liste qualora quelle avversarie venissero "riammesse" con la strada di un decreto ad hoc. Solo così era possibile salvare, nei confronti della cittadinanza, il "senso" della competizione democratica e del "valore" delle istituzioni.

Invece oggi, è, sì, "salva" l’espressione democratica del voto, ma si è anche "distrutto", a nostro parere definitivamente il valore vincolante della legge su cui si dovrebbe fondare la credibilità di uno stato di diritto.

Alla democrazia "rappresentativa" si è così sostituito un regime "a base plebiscitaria", che fonda sul proprio serbatoio di consenso la legittimità del proprio operato. Sintomo ne sono gli "incomprensibili" applausi rivolti da esponenti della Maggioranza, come l'onorevole Ombretta Colli, al dimissionario senatore Di Girolamo, come se un 'parlamentare' fosse una diversa specie di cittadino (super pares) in grado di decidere, o meno, se sottoporsi al giudizio della legge.

Cosa cambia ora nella competizione elettorale?

Dal punto di vista delle forze in campo, nulla. Dopo questa parentesi di "politica digressiva", quasi un volo pindarico, ricomincia il "normale" gioco dei "colpi bassi".

In Lombardia, Formigoni ha scampato il grande pericolo, e si appresta così a concorrere al prossimo governo, contro ogni regola di "buona" democrazia, che dopo ben 3 mandati avrebbe rochiesto un naturale "ricambio", vista anche l'attuale pratica di occupazione sistematica di tutti i "posti chiave" delle istituzioni regionali con uomini di stretta fiducia dello stesso Governatore.

Da Penati non possiamo sperare "nulla".

L’altro giorno, nel metrò di Roma, ho avuto una breve conversazione con un esponente della direzione nazionale del PD. Ecco qualche passaggio: “Penati? Un candidato forte, sta andando benissimo. Majorino e Martina? Sono bravissimi. Civati (per chi scrive l’unica voce "nuova" nel panorama lombardo del PD)? Mah, ora gli hanno dato un incarico nazionale…Si occuperà di quelle cazzate dei blog…”. Come 'abstract' del pensiero dello staff di Bersani credo che basti.

E d’altronde abbiamo appena scritto "a chiare lettere" che il neo-segretario ha atteso inutilmente che il Capo dello Stato gli togliesse le "castagne dal fuoco", cercando di ottenere il massimo vantaggio senza alcun rischio politico. È il "solito" Bersani che assomiglia terribilmente a quello che 8 anni fa incrociammo a Milano, intento a chiedersi, unitamente a un uomo di industria (incontrato chissà perché nel retro di un bar di periferia, con tanto di scorta armata alla porta), come mai Berlusconi non si ritirasse in una delle sue ville in Sardegna con qualche modella, lasciando, finalmente, loro libero il "campo". Conquistarselo... no?

Un uomo incapace d’iniziativa politica, rispetto a cui non già Marino, ma anche Franceschini avrebbero rappresentato un’innovazione, e che sta già provvedendo (vedi sopra) a emarginare le "voci nuove" del partito, in favore di una nomenklatura di “bolliti” che il Paese non vuole più vedere.

Di contro, l’IdV ha a nostro parere assunto posizioni oltranziste e sfasciste. Ma almeno Di Pietro parla chiaro, e sono convinto che farà incetta di voti, proprio a discapito del PD. Casini e Fini hanno perso l’ennesimo appuntamento con la Storia. Bossi per un attimo ha maramaldeggiato sui suoi partner politici, dando giustamente degli incompetenti ai responsabili degli errori nella compilazione delle liste (posizione sposata anche da Vittorio Feltri), ma poi è rientrato nei ranghi. E la Lega Nord, nel momento in cui poteva passare all’incasso, si trova ancora una volta in una posizione subalterna, a dispetto anche delle opinioni degli stessi elettori lombardi del PdL.

Ma il "solco" che divide la politica e l’uomo della strada, per cui non esistono scappatoie o emendamenti ai doveri nei confronti della burocrazia, è sempre più grande. Alla corruzione e ai privilegi si aggiunge la possibilità di poter rimodellare in ogni occasione il "dettato" della legge e, quindi, il suo "senso". È anche per questo che crediamo di essere alle porte di una nuova stagione dell’astensione, in cui confluisca tutta la protesta e la disaffezione antica e recente che gli italiani, "parco buoi" non solo nella finanza, provano nei confronti dell'attuale "casta" politica.

Autore: Andrea Dusio
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