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Il Grande Slam delle poltrone

Sempre più difficile confrontarsi con interlocutori che stanno, da sempre, dall'altra parte

15/03/2010 - 18:04

Carlo Sangalli è stato confermato alla guida di Confcommercio. Il suo mandato riguarderà dunque il quinquennio 2010/2015.

Sangalli è un uomo di “lungo corso”, per dirla con un eufemismo. Classe 1937, nativo di Porlezza, il paese sulla sponda italiana del Lago di Lugano, è imprenditore commerciale, sulla "carta", ma di fatto ha "sposato" sin da giovanissimo la politica. Dal 1968 al 1992, si è fatto la bellezza di 7 legislature consecutive nelle file della Democrazia Cristiana. Poi, con Tangentopoli che decretò di fatto la "morte" del suo partito, scelse "altre" strade.

Dal 1995 è Presidente dell'Unione del Commercio del Turismo dei Servizi e delle Professioni della 'Provincia di Milano'.

Dal 1997 è Presidente della Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Milano.

Dal
2000 al 2006 è stato Presidente di Unioncamere.

Nel 2006 fu fatto il suo nome come candidato alla poltrona di Sindaco di Milano, prima che il Centrodestra si orientasse su Letizia Moratti.

Nel contempo
, era diventato vice-Presidente di Fiera Milano e della Fondazione Fiera.

Tramontata l’idea di Palazzo Marino, è stato eletto Presidente di Confcommercio, incarico che gli è appunto stato appena rinnovato.

Chi si è abituato a leggere i miei editoriali può già immaginare dove si vada a "parare": forse, dopo questa lunghissima carriera, non era il caso di passare la mano?

Ha senso che un 'politico' di 74 anni assuma un mandato da qui a 5 anni.

E poi: qual è il background da imprenditore commerciale di Sangalli, visto che è in politica da tutta la vita?

Qualche mese fa Giuliano Zincone in un’intervista gli chiese quanto costava un litro di latte. "Aspetti che ce l’ho scritto da qualche parte" - fu la risposta - "In casa non sono io a fare la spesa”. Se qualcuno avesse dei dubbi in merito, riportiamo un altro stralcio di quella conversazione; alla domanda: "Quando non le fanno uno scontrino come reagisce?”, Sangalli rispose: "Non mi è mai capitato. È così. Se mi capitasse chiederei spiegazioni. Ma su questa cosa degli scontrini sarei più cauto. L’assenza di scontrino prima di essere notificata, andrebbe anche accertata”.

Bontà sua.

Ma quel che più c’interessa in questa sede non è la longevità politica di Sangalli, né il suo speciale collezionismo di poltrone, uno degli 'hobby' che in Italia evidentemente va per la maggiore, soprattutto tra gli over-60.

Il vero tema è la mancanza di 'alternanza': un concetto basilare per la democrazia, che però, da una parte come dall’altra, viene ignorato, sistematicamente, dai nostri politici.

Così, il Paese soffre 2 volte dall’assenza di un ricambio, generazionale e di casacca.

Alla lottizzazione si è andata sovrapponendo un’occupazione “militare” dei posti di comando di istituzioni e organismi che contano. Anche e soprattutto a livello locale. Quel che in Italia è considerata ormai la norma, all’estero viene guardata come una prassi anacronistica, che contribuisce ad aggravare i ritardi del nostro Paese.

Senza dover per forza "legare" al background politico di Sangalli quel che sto per scrivere, è innegabile che la logica di presidio delle poltrone che contano deriva dalla Prima Repubblica.

La “spartizione della torta” che era una delle conseguenze più evidenti del consociativismo ha lasciato però il posto, col bipolarismo, a una mentalità da "grande slam" delle poltrone: prendi "tutto" ciò che c’è da prendere, e non lasciare "nulla" agli avversari.

A Milano, le conseguenze sono sotto gli occhi di chiunque si muova nel mondo delle imprese e negli ambiti tangenti alla politica: chiunque si sieda a un tavolo che conta, o debba trovarsi a partecipare a una gara, sa che immancabilmente si troverà a giocare ai 4 cantoni: Regione, Provincia, Comune e Camera di Commercio. Se poi i 4 soggetti militano, come in questo momento, dalla stessa parte, i destini sono "segnati": o sei con loro o vali come gli interlocutori del Marchese del Grillo.

Ma c’è di più: gli enti che rispondono sempre e solo alla parte politica vincente, non si accontentano di "smistare il traffico": vogliono "entrare" anche loro in gara, e, a dispetto di una vocazione che dovrebbe essere infrastrutturale, limitandosi in teoria a supportare l’impresa, penetrano nell’agone della "libera" competizione tra imprese. Con la proposizione di servizi a prezzi ovviamente del tutto "fuori dal mercato", del resto sono "finanziati" dalle stesse imprese, vere "masochiste".

Chiunque abbia una certa dimestichezza con la "realtà" della Camera del Commercio o di organismi simili avrà imparato che la formazione, l’incubazione dei progetti, la dotazione informatica e il parco tecnologico vedono i soggetti pubblici e le "aziende speciali", che sono loro diretta "emanazione", andare ad alterare di fatto gli equilibri dei singoli mercati.

È ovvio che un servizio di consulenza erogato da un soggetto come la Camera di Commercio non risponde agli stessi criteri di budget a cui si deve rifare chi intraprende, con le sue sole forze e senza canali "privilegiati" di comunicazione, un’attività analoga.

Non esiste altresì il concetto di misurazione dei risultati, né quello del controllo di gestione. Senza contare che è sicuramente conveniente avere come consulente lo stesso soggetto che poi delibera in merito a licenze o crediti.

In questa maniera, il sistema politico è riuscito a ritagliare per chi vi è organico un perimetro d’azione impenetrabile a chi ne sta fuori. Chi si chiede quali siano le motivazioni profonde della corruzione riemergente in Italia, dovrebbe considerare sicuramente tra le concause anche l’esistenza di questi circuiti d’affare perfettamente oliati, per partecipare ai quali molti imprenditori sono disposti a spendere qualsiasi cifra e a passare dalla parte dell’illegalità.

Non vogliamo fornire alibi a nessuno. Ma certamente una sana alternanza nelle poltrone che contano eviterebbe l’instaurarsi di gruppi "oligarchici" di potere a ogni livello dell’amministrazione pubblica. E farebbe in modo che la gente possa votare in ragione dell’adesione "ideale" a un programma, e non dell’opportunità di partecipare a un meccanismo capillare di assegnazione di prebende.

Possiamo anche chiudere un occhio sull’età anagrafica dei nostri amministratori, se all’interno delle istituzioni e nel mondo della competizione imprenditoriale resta la possibilità di giocare, liberamente, 1 contro 1. E non, come accade troppo spesso, 1 contro 4, in una partita in cui ti sono avversari anche l’arbitro, il guardialinee e, magari senza che tu lo intuisca, anche il tuo stesso allenatore.

Autore: Andrea Dusio
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