
Lo scontro tra Berlusconi e Fini pone degli interrogativi sul perimetro di libertà del mandato che gli elettori assegnano ai propri rappresentanti. E alla possibilità, da parte del popolo "sovrano" (?) di chiedere una verifica in corso sull’attuazione di un programma elettorale.
Si è trattato di un momento di politica "vera"? Qualcuno sostiene di avere scoperto un Berlusconi "nuovo", capace di "bucare" le coreografie d’apparato, richiamando l’alleato ai suoi doveri nei confronti della coalizione e, in ultima analisi, degli elettori. Qualcun altro, invece, ritiene che le critiche "sostanziali" mosse da Fini al Premier non siamo legate esclusivamente a una questione di potere, poltrone e diritti alla successione.
Ad esempio, Ezio Mauro, direttore de La Repubblica sostiene che Fini incarni oggi una "cultura conservatrice". Forse, però, la sua "visione" in merito al problema dell’estensione della nazionalità italiana agli stranieri che vivono nel nostro Paese (così come nelle posizioni laiciste in merito alla bioetica) rappresentano qualcosa di "diverso" e di "più", che né Berlusconi, né i suoi avversari sono riusciti, almeno finora, a comprendere. Penso in tal senso alle posizioni centriste e filocattoliche, dunque realmente tradizionaliste e conservatrici, espresse tanto da Casini quanto, almeno negli ultimi anni, da Rutelli? Siamo sicuri che oggi Fini si riconosca in quel "quadro" valoriale? O forse è già andato oltre, facendo sua la necessità di estendere determinati diritti a tutto il corpo sociale. Resta validissima l’ipotesi che le questioni di "fondo" siano altre, e rispondano solo all’esigenza di scegliere una posizione di disimpegno, da cui poter assistere al dispiegarsi della parte residuale della legislatura, quella in cui il Governo è chiamato a una stagione riformista che, nel bene e nel male, è destinata a definire il "profilo" dell’era-Berlusconi.
Chi, come il sottoscritto, ritiene che gli obiettivi di un qualsiasi Governo in Italia dovrebbero corrispondere a un taglio della spesa pubblica, legata alla riforma del sistema pensionistico, e dunque a un alleggerimento della fiscalità, rischia invece di ritrovarsi federalismo e presidenzialismo, con in più la vexata quaestio della Giustizia, in merito alla quale si può decidere per una riforma complessiva o per degli interventi di “chirurgia microinvasiva”.
Chi è più interessato all’attuazione del programma? Fini o Berlusconi? O nessuno dei due? Davvero non esistono questioni sostanziali in politica, che meritino l’esistenza di una dialettica? Davvero tutto è solo gestione del potere e ridistribuzione delle poltrone?
Rispetto ad altre occasioni, il premier offerto molti interessanti spunti di "verità": uno degli aspetti più irriducibili della sua figura è che, a fronte del discuterne ininterrottamente, forse inutilmente in ragione dei risultati raggiunti, da vent’anni, molti italiani continuano a non capire se Silvio coltivi delle idee politiche che possano prescindere dai suoi interessi "in-diretti". Berlusconi pone la questione della coerenza delle idee altrui, come quando accusa Fini di aver nutrito in passato le stesse idee in merito all’immigrazione di Bossi.
Forse allora il "servizio" migliore che possiamo fare al nostro lettore è uscire dalla "logica", forse semplicistica e "deviante", dello scontro a due, per provare a farsi alcune domande più fondanti.
La prima potrebbe essere questa: fino a che punto in politica è legittimo cambiare, in corso, le proprie posizioni? Esiste un mandato degli elettori, che è legato alla persona e alla componente politica a cui il candidato appartiene, spesso "condizionato" dalla formula delle regole elettoriali.
Se le due cose si disgiungono, questo mandato dovrebbe decadere?
La storia della Repubblica è segnata profondamente dalla "prassi" del trasformismo, anche all’interno delle istituzioni, ed esistono ruoli che, per la "terzeità" che richiederebbero a chi li assume, sembrano spingere naturaliter a un ripensamento in chiave eterodossa delle proprie idee. Uno di questi è proprio quello del Presidente della Camera, che sovrintende i lavori del ramo più effervescente del Parlamento e, al contrario del suo "pari incarico" del Senato, finisce fatalmente per porsi in maniera dialettica con l’esecutivo e con le stesse forze che l’hanno eletto.
Ma il trasformismo è qualcosa di più: se si viene eletti all’interno di un’alleanza, è davvero delicato fissare il "punto di non ritorno", oltrepassato il quale il divorzio dall’alleato coincide con il tradimento del voto. C’è poi un altra questione "aperta": la fuoriuscita da un gruppo parlamentare e l’ingresso in un altro, o addirittura la creazione di un gruppo nuovo, possono comportare l’obbligo di abbandonare gli incarichi istituzionali attribuiti in ragione della precedente posizione politica?
Da una parte si potrebbe pensare di no, perché a tali incarichi si è stati innalzati perché li si amministri con una visione "super partes", tutta da dimostrare. Dall’altra, è proprio questo il caso in cui l’elettore vede violata in maniera più plateale la propria "volontà". E l'argomento si potrebbe anche estendere, anche quasi "eccessivamente", alla rappresentanza "indiretta" del corpo elettorale, che la politica si assume, o si arroga, laddove la decisione, assai rilevante, potrebbe prescindere dal programma, e quindi dal mandato, elettorale. Dall'elezione del Presidente della Repubblica alla modifica della Costituzione fino alla nomina dei 'senatori a vita'.
Quest’articolo è frutto di un "confronto" tra il sottoscritto e il nostro editore. Se questa dialettica all’interno di un giornale è autentica, la qualità del prodotto ne guadagna. Nel merito specifico, parlavamo nei giorni scorsi delle differenze che esistono tra la politica e il mondo del lavoro. Se un manager non consegue determinati risultati, viene rimosso dall’incarico. Se un manager causa dei "danni", per errate o superficiali decisioni, alla propria azienda, può essere civilmente, a volte anche penalmente, perseguito, dagli azionisti e perfino dai clienti.
Gli italiani oggi non possono fare altrettanto con gli esponenti dei partiti che votano. Alle ultime elezioni politiche non hanno potuto nemmeno esprimere la propria preferenza in merito al candidati, ma hanno dovuto "optare" tra una serie di listoni blindati, i cui nomi comparivano con la logica di una selezione e di un ordine completamente "interno". Il nostro editore ipotizzava, come primario strumento di garanzia della volontà dell’elettorato, la possibilità di revocare il mandato di un politico, a partire da una base di malcontento, ampia e dimostrata, per il suo lavoro. L’idea di poter "sfiduciare" uno per uno i nostri parlamentari appare davvero "suggestiva". E ci deve fare riflettere, per contrapposto, a un altro istituto che è diventato la "regola" della nostra attività legislativa: quel voto di fiducia che richiama la coalizione di governo all’obbligo, per rimanere Maggioranza, di votare per il Governo, a prescindere dal contenuto, e quindi dalla "sostanza", di un provvedimento.
Nel nostro sistema politico, le verifiche a legislatura in corso restano tutte “interne”. Il Palazzo vuole giocare in casa. È questo al di là delle "posizioni" di ciascuno. Il gioco della politica, anche nei momenti di dialettica più aspra, si fa a prescindere dal consenso popolare, lontano degli sguardi dell’elettorato. E qui, però, si inserisce quella contraddizione sistemica per cui in Italia le cose sono "autentiche" solo se dette in televisione; non solo perchè lo dice Fiorello nel suo spot pubblicitario. Di qui, l’invito a un confronto al riparo dalla "cassa di risonanza" dei media, in modo che i problemi dell’alleanza non siano “messi in piazza”, invito, però, fatto in un contesto di visibilità altissima.
La stagione del consociativismo, finita, forse, con Tangentopoli e con l’avvento del bipolarismo, era improntata proprio al tentativo di ridurre la politica a una formula di spartizione. La sensazione è che l’imprinting però sia rimasto il "medesimo", e che oggi il conflitto interno al PdL corrisponda più alla logica di una guerra di posizione che a un conflitto delle idee. Se così fosse, bene avrebbe fatto Berlusconi a richiamare Fini al suo "compito", perché in tal caso la fedeltà è la qualità più alta - e per molti versi l’unica - che si può chiedere a un alleato. Ritenuto che, invece, la politica persegua degli ideali, che superino l'asssegnazione di incarichi e poltrone, ecco che gli stessi possono prevalere anche sui patti di sangue, avendo l’intento di incarnare (e, perché no, "cavalcare") il cambiamento che s’inscrive (o "riconosce"; improvvisamente?) nel corpo della società italiana; di qui la piena legittimazione di momenti di dialettica interna, aspra se necessaria.
Il tempo, la caratura morale e la profondità di visione prospettica di ciascuno dei due contendenti ci dirà chi ha ragione, chi, nei fatti, ha incarnato il “vecchio” e chi il “nuovo”. Alla società civile resta però il compito di ragionare sugli effetti, qualitativi e quantitativi, del loro mandato, partendo non già dalla mera considerazione del "peso" delle forze in campo e delle manovre che si vanno a dispiegare, bensì dall’analisi dei sommovimenti che vanno a determinarsi anche nei punti di frizione.
La politica, in quanto gestione della cosa pubblica, è prima la “città” e poi il “palazzo”. È prima il software, i contenuti, che l’hardware, l’infrastruttura. Anche se il primo "vive" solo dentro il secondo. A mio parere, dunque, a un politico dovremmo chiedere non "solo" con 'chi' sta, ma, soprattutto, 'cosa' e 'come' la pensa, senza permettergli di appiattirsi (o nascondersi) dietro uno stemma di un partito.
In merito a Silvio Berlusconi, ad esempio, chi scrive conserva molti interrogativi, ad oggi insoddisfatti, sulle idee in materia d’immigrazione, di bioetica, di welfare, e così via.
Tra il fondatore del PdL e il Presidente della Camera c’è forse solo un problema di “lealtà”. E probabilmente ne sappiamo troppo poco, da osservatori esterni, per "concludere" correttamente. Da cittadini, però, dovremmo rivolgere il nostro indice non solo contro la mancanza di coerenza, ma anche contro l’assenza di dialettica delle idee, per cui è nato e dovrebbe vivere il Parlamento, luogo destinato allo scopo ed aperto tanto agli elettori quanto ai media.
Un giorno, forse, in un'espressione di democrazia ancora più "forte", potremo anche sfiduciare i rappresentanti del popolo. Già oggi, però, potremmo chiedere loro di confrontarsi con l’attuazione di un programma che sia fatto di contenuti, e non solo della gestione, di cui non rispondono a nessuno, nè civilmente nè penalmente, dei conti dello Stato e di leggi che perpetuino i diritti, spesso i "privilegi", di casta che si sta costantemente "distaccando" dal corpo elettorale e dalle votazioni.
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