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Orto planetario: perché a Pero e non a Pavia?

L’Expo punta sull’agricoltura sostenibile. Ha senso fare le serre dove non si coltiva?

28/04/2010 - 12:48

La definizione di "orto planetario" è di quelle che non si sa proprio... da che parte prenderle.

Ma almeno da ieri sappiamo qualcosa di più in merito al progetto Rho-Pero per l’Expo 2015.

L’idea di dar luogo a una manifestazione che punti soprattutto su ecologia e sostenibilità, come affermato dallo stesso Lucio Stanca, non ci dispiace affatto. Vorremmo però sottolineare un paio d’aspetti. L’architetto Stefano Boeri ha spiegato che l’idea dell’orto planetario si concretizzerà nella creazione di un "parco botanico" dove, all’interno di grandi serre, verranno riprodotti i climi delle diverse aree del mondo, in modo da poterne poi realizzare le colture.

Quest’idea, che Stanca definisce "moderna e innovativa" (usando categorie un po’ anacronistiche) in fondo non fa però che ricalcare il format che ogni milanese sino alla mia generazione ha imparato a conoscere sin da piccola: quello della classica "fiera campionaria", con il padiglione delle nazioni, in cui ciascun Paese esponeva i suoi prodotti.

Spogliata della retorica dello sostenibilità (paradigma che ognuno applica come vuole), l’intuizione dell’orto all’era della globalizzazione non sappiamo se vada nella direzione della difesa delle specificità o, con un meccanismo di eterogenesi dei fini, se finisca al contrario per dimostrare che si può coltivare "tutto" dappertutto, un po’ come si va a sciare a Dubai City sotto un cupolone di vetro.

C’è però un altro problema, più sottile di quello dell’originalità dell’idea. Boeri raccomanda sin da ora di vigilare perché l’area dopo il 2015 non sia oggetto di una speculazione edilizia e di un processo di cementificazione selvaggia. "Bisogna salvaguardare e valorizzare quest’orto planetario: un paesaggio unico e inedito che non ha bisogno di ulteriori interventi costruttivi ed edilizi".

Temiamo in tal senso che i timori di Boeri siano fondati. C’è infatti già sul piatto una proposta della Regione di acquistare i terreni direttamente o attraverso una società creata "appositamente". Formigoni parla di un piano operativo pronto nel giro di 10 giorni. E quando si muove il Governatore, il rischio-mattone è sempre... dietro l’angolo!

Anche perché, e veniamo alla seconda osservazione, il progetto dell’orto planetario è "viziato" alla base da una scelta fatta in contraddizione alla storia e alla morfologia del territorio. L’area di Milano ha in tal senso due "vocazioni" ben distinte: è un’altra di quelle cose che s’imparano già alle elementari, ma che evidentemente architetti e ex-amministratori dell’Ibm ignorano: le coltivazioni a Sud (per le risorgive) e le attività di manifattura a Nord.

Ma a Milano si sta rovesciando illogicamente tutto, con i risultati che si vedono, a partire dal fallimento epocale di Santa Giulia, un quartiere residenziale costruito ciecamente in un luogo inadatto.

Allo stesso modo, perché fare l’orto planetario a Nord-Ovest e non, come sarebbe naturale, in direzione di Pavia o di Abbiategrasso?

Così, sì è dovuto pensare a un lago delle dimensione dello Stadio di San Siro, in merito al quale immaginiamo già i lavori necessari per l’approvvigionamento e il ricambio d’acqua. È la violenza dei visionari d’oggi: dove c’è una darsena facciamo un parcheggio e dove c’è una fabbrica un lago.

Ma allora, che senso ha parlare di sostenibilità?

Sostenibile è ciò che non rompe gli equilibri di un luogo. E un lago artificiale per definizione non è sostenibile.

I nostri avi, che sapevano usare l’intelligenza in maniera diversa dai manager di oggi, certe cose le sapevano. A nessuno è venuto in mente di studiare il meraviglioso sistema di abbazie del milanese sotto questo aspetto: e magari di partire da qui per ragionare in termini di autosufficienza agricola e di sostenibilità. Gli italiani vanno nelle abbazie per comperare i liquori dei frati. In Francia invece gli straordinari esempi di bioarchitettura ante litteram costituiti dalle abbazie provenzali vengono prese a modello per le realizzazioni di oggi.

Io, per esempio, credo che un grande tema per l’Expo sarebbe stato quello dell’acqua, legato a doppio nodo all’agricoltura. Milano è una delle poche città italiane ed europee a sorgere abbastanza lontano dai grandi fiumi. Ma bastava portare l’orto planetario nell’area del Pavese per innescare una riflessione importante anche su questa risorsa e sul suo utilizzo. E in quella zona una realizzazione simile non sarebbe stato certamente oggetto del desiderio dei costruttori e dunque a rischio di cementificazione.

Milano sembra invece voler ciecamente seguire il modello di sviluppo della megalopoli che si allunga sino alle Prealpi, con lo strano effetto che alla sua pianta circolare nell’ultimo secolo se n’è sovrapposta un’altra, coincidente oggi con un unico conglomerato urbano, esteso sino alla Brianza e oltre, mentre a Sud la città non si è mai saldata con i paesi posti oltre la tangenziale.

L’Expo parlerà forse, attraverso le proprie forme e i propri contenuti, di sostenibilità. Ma intanto costringerà la città a uno sforzo pressoché insostenibile, nel tentativo di cambiare ancora una volta fisionomia, in corsa. Già si parla di misure straordinarie in ordine alle procedure relativi ai lavori per le linee M4 e M5 della metropolitana. È chiaro infatti che i lavori vanno completati entro il prossimo quinquennio.

Ma per farlo, il commissario, che coincide poi con il sindaco, potrà operare in deroga alle norme vigenti in materia di lavori pubblici, a partire dagli appalti? La risposta è scontata.

La logica dell’improrogabilità è oggi al servizio di una classe politica che chiede, sempre più spesso, che non si disturbi il "manovratore". Anche se confonde il Sud con il Nord.

È il caso di dire che non sappiamo proprio dove andremo a finire...

Autore: Andrea Dusio
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