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La posizione del medico lombardo

Il sistema-sanità Lombardia, tra pubblico e privato. In mezzo alla politica

04/05/2010 - 11:22

Era fatale che prima o poi una trasmissione come 'Report' prendesse in esame il sistema-sanità lombardo.

Lo ha fatto, secondo chi scrive, con un taglio estremamente documentato e non di "parte", com’è nello stile di Milena Gabanelli.

Sulle colonne di MilanoWeb avevamo peraltro anticipato quello che è l’aspetto più controverso di una realtà a cui riconosciamo tutte le eccellenze che gli indicatori più obiettivi segnalano: la compenetrazione tra politica e medicina. Una compenetrazione che segna la storia dei 3 mandati in Regione di Roberto Formigoni, diventandone quasi il segno distintivo.

Si può anzi affermare che il "modello" applicato alla sanità è ora esteso a altro settori. Ma il "cuore" del problema è, nello stesso tempo, ideologico e gestionale.

Ciascuno di noi, credo, intorno a questo tema la pensa allo stesso modo: non importa se il professionista a cui mi affido per una determinata esigenza sia di Destra o di Sinistra. L’importante è che sia bravo. In materia di sanità, si entra in una sfera particolarmente delicata: qui la capacità riveste un ruolo importantissimo, e costituisce da sempre l’unico elemento in ragione del quale l’utenza si orienta verso questo o quel medico.

C’è, però, un’altra questione, relativa ai tempi d’attesa per una prestazione richiesta presso il Servizio Sanitario Nazionale. Il 'come' e il 'quando', se si parla di sanità, determinano il 'chi' e il 'dove', a seconda dell’urgenza e delle possibilità di spesa da parte del paziente.

La politica praticata da Formigoni è stata quella di mettere in concorrenza pubblico e privato, accreditando moltissime strutture, e in ciò determinando una "gara "a chi fa meglio e più veloce.
Ma la sfida è un po’ quella di Achille e la tartaruga. Per quanto possa diventare rapido e prestazionale il settore pubblico, il privato è avvantaggiato dalla propria leggerezza strutturale. E dunque accade fatalmente che le strutture sanitarie convenzionate si modellino sull’imprinting di un’architettura gestionale che snellisce i costi e mira ad aumentare i profitti. Giocando sulla leva di una forte discrezionalità sulla scelta di cure, terapie ed esami da somministrare al paziente.

Per quanto riguarda l’organizzazione interna, si mira dunque ad avere sempre meno medici e personale dipendente e sempre più liberi professionisti. Perché i secondi si possono far lavorare per obiettivi, con la "spada di Damocle" del mancato rinnovo del contratto.

Il paradosso è dunque che il libero professionista è molto più “organico” alla direzione della struttura del medico assunto, e magari con un’importante anzianità di servizio. E dunque può accadere che spinga l’acceleratore verso la prescrizione di determinate prestazioni. Ancora una volta, la causa è il modello: un medico o un chirurgo non possono lavorare con il miraggio e lo spettro di un budget da raggiungere, per sé e o per la struttura. È questa la stortura più pericolosa di tutte. Perché fa diventare un fatto di malasanità (il rischio è che, in nome del bilancio, si operi e si somministrino cure non necessarie) un pilastro del sistema.

Così, può capitare, come segnalato proprio nel corso di 'Report', che a una terapia ambulatoriale come l’asportazione di una verruca ne venga preferita una che preveda il day-hospital, con un aumento esponenziale del rimborso a cui ha diritto la struttura convenzionata da parte della Regione, e nessuno "beneficio" da parte del paziente.

L’altro problema, quello della lottizzazione del settore, e dunque della nomina di personale, non a partire dai meriti professionali, ma dalla tessera politica o dall’appartenenza ideologica, che non va letto disgiuntamente dal primo. Se infatti il primo e più evidente effetto pratico per l’opinione pubblica è quella di avere un incompetente in un posto di responsabilità, v’è anche una questione più sottile, ossia quella di una cultura d’apparato che si trasforma in prassi operativa attraverso l’esclusione di chi la pensa in maniera diversa.

L’elemento peculiare è che Formigoni, rispetto alla “tradizione” della lottizzazione all’italiana, non ha affidato la diffusione capillare del proprio partito ai tesserati di un partito, quanto a quelli di un movimento, CL, che da sempre si connota per una straordinaria, ineffabile coesione interna.
La specificità di Comunione e Liberazione è infatti quella di invertire la gerarchia di priorità normalmente operante nell’ambito dell’organizzazione del consenso.

È ab origine movimento d’opinione, con una forte matrice intellettuale, collegata all’ambito universitario. Poi, è traduzione di un modello eminentemente teorico in una prassi comportamentale che tocca ogni aspetto della convivenza civile. Conservatore, cattolico, di Centrodestra, con forti aperture alle tematiche sociali e una fiducia incrollabile in un modello economico a rete.

Ma il ciellino si distingue dal fatto che mette sempre CL sopra di tutto: la chiesa, il partito, il lavoro, il contesto professionale. Possiamo definirlo “settario”, ma forse sbaglieremmo. Il termine “setta”, che per chi scrive è sempre dispregiativo, non rende ragione della contagiosità di un corpo di valori e ideali che i militanti assumono in toto, senza che vi siano fronde o incertezze. Al punto che, se è vero che sul posto di lavoro o all’interno delle classi scolastiche nessun altro movimento prova seriamente a fare proselitismo, in ossequio alla libertà di pensiero, questo con CL non accade.

È chiaro che, dove i suoi militanti siano presenti in forze in un contesto di lavoro, gli altri ne sono man mano emarginati, fino a sentirsi dei corpi estranei, e a vivere una situazione da “alieni”. È questo, e sono sempre più a lamentarlo, che sta accadendo nella sanità lombarda. L’occupazione dei posti che contano è solo un aspetto, forse più evidente di altri. Altrettanto invasiva è però la capacità di orientare tutto il funzionamento della macchina-sanità Lombardia attorno al proprio network di fornitori e subfornitori di servizi. Dunque non solo il passaggio da pubblico a privato, ma anche a un privato politicamente e ideologicamente orientato. Di qui, lo slittamento a ulteriori questioni, sempre più spinose, quali l’obiezione di coscienza, sempre più radicata, rispetto a protocolli terapeutici estremamente diffusi, al punto da porre una domanda seria sulla qualità, la funzionalità e la rispondenza alla domanda del cittadino del servizio sanitario erogato da determinate strutture.

L’inversione logica è lampante: da una parte c’è il cittadino, che chiede solo di avere un buon medico, a prescindere dalla casacca. Dall’altra c’è il sistema, che i medici buoni li riconosce proprio dalla casacca.

Autore: Alberto Vimercarti
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