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Concedetemi un piccolo 'incipit' autobiografico: la settimana prossima mi sposo con Claudia, una ragazza romana. “E adesso dove andrete a vivere?” - mi chiedono gli amici milanesi.
“A Roma” - spiego. “E come farai con il lavoro?”. “Da quel punto di vista non cambia nulla. Prima stavo una settimana a Roma e una a Milano. Continuerò a fare così, limitando le mie presenze qui ai soli giorni lavorativi”.
“Ah, è un po’ destabilizzante, però”.
Destabilizzante? Ma scusate, cosa fanno tutti i milanesi che se lo possono permettere? Non stanno forse in città dalla domenica sera al venerdì pomeriggio, per scappare nel fine settimana (e magari tornare il martedì o partire il giovedì)? Non esiste forse, anche nelle multinazionali, il costume di vestirsi il venerdì in modo informale, già pronti per il “week-end”?.
Il fatto è che Milano è diventata sempre più una città "mordi e fuggi".
Ho un’amica che, allo scadere del contratto d’affitto, ha deciso di spostarsi da via Torino direttamente ad Arona, senza soluzioni di "mezzo". Viene in città al mattino o alla sera, a seconda delle sue necessità.
Anche i professionisti vanno a vivere fuori città, e posizionano i loro studi alle porte di Milano, in modo di arrivare senza troppe difficoltà, rincasando in maniera altrettanto agevole. C’è gente che viene a lavorare a Milano ogni mattina da Novara, Brescia, Piacenza, persino da Sondrio e, addirittura, da Bormio.
D’altronde, è ormai esperienza comune di molte città europee la necessità di spostarsi anche per 4 ore al giorno solo per raggiungere il posto di lavoro. E a chi mi chiede perché non prendo una casa in affitto, per poco, nell’hinterland, rispondo che tanto vale andare a vivere a Pavia o a Como, ma sarei tentato di rispondere anche a Torino o Genova: oggi quel che conta è la capacità di un mezzo di trasporto di portarti in un posto nel minor tempo possibile, con il minor costo.
C’è però un altro aspetto da considerare: la "smaterializzazione" del posto di lavoro non è, solo, negativamente, una perdita di diritti da parte del salariato. Di pari passo viaggia infatti la possibilità di affrancarsi da alcuni obblighi onerosi.
Se mi paghi in relazione alla prestazione e non al tempo, io il lavoro lo faccio dove e quando mi pare, sempre nel rispetto degli accordi relativi al contenuto del compito che mi è stato assegnato e alla sua consegna. Chi scrive, per esempio, coordina la redazione di un quotidiano on-line, di una newsletter settimanale e di un quindicinale cartaceo. Ma in tutti e 3 i casi, in ufficio ci va soltanto ogni 2/3 settimane.
Certo, tutto dipende dal "tipo" di lavoro. Anche sotto questo punto di vista, però, esistono delle ottimizzazioni possibili. Serve davvero che io domattina sia a Palazzo Marino per la conferenza stampa delle attività del Pio Albergo Trivulzio? Se ci vado, spenderò 3-4 ore del mio tempo, per avere il materiale che potrebbe essermi inviato in una frazione di un secondo grazie all’e-mail.
Cosa saprò in più? Assolutamente nulla. Non potrò fare domande agli amministratori cittadini e, se le farò, riceverò risposte frettolose, mentre qualcuno inizierà ad accennare al rinfresco che ci aspetta nell’altra, contigua, stanza.
Milano, nel lavoro come nel tempo libero, continua a essere una città “presenzialista”. Le solite facce nei soliti posti. In realtà, però, questo vivere costantemente nella proiezione di un mondo fatto di pubbliche relazioni non ha molto senso, e soprattutto non è né sostenibile né sociale.
La gente si muove sprecando tempo e denaro, senza un effettivo guadagno, né un reale arricchimento culturale. La nostra è ormai una civiltà della celebrazione, una civiltà pleonastica, rituale, in cui ci si ritrova solo per riconfermare gerarchie di persone e valori. È un modello di società civile che ha sostituito la situazione con l’evento. Ma se tutto viene bruciato nello spazio di una serata, che senso ha stare perennemente a Milano? Non è meglio una presenza “mordi e fuggi”?
Io sono cresciuto nella città delle tribù metropolitane, che stanziavano in determinati punti della città. Quando la mia generazione è diventata adulta, ha applicato quella maniera di vivere il tempo libero, per aggregazione spontanea, nel desiderio di andare a vivere tutti negli stessi luoghi: l’Isola, Porta Genova e Porta Venezia.
Poi, però, movimenti più profondi e interessi più grossi hanno cancellato queste presenze. Non esiste a Milano un quartiere-cantiere, in cui determinate esperienze di convivenza culturale divengano stanziali. O meglio, esiste sì, ma in negativo, e rappresenta, come via Padova, il luogo da cui tutti, nativi, residenti e di passaggio, vorrebbero "fuggire".
Questa città polverizzata, in cui nessuno può più ricostruire un vissuto sociale se non al passato (“qui ci trovavamo quando…”) è riuscita paradossalmente a evolvere dal proprio ruolo storico senza emanciparsene. Il primato di Milano, quella della capitale morale, in quanto non esiste nulla di più etico del lavoro, il portato “giansenista” e “calvinista” della borghesia cittadina, in questo tanto diverso dalle elite delle altre città italiane, ha lasciato il posto al primato commerciale. L’unica esperienza che si può vivere ormai a Milano è quella dello shopping. L’alternativa è la "conventicola", in cui rimpiangere come eravamo, senza però riuscire a "incidere" sul presente.
Certo, oggi non si vendono oggetti, ma modelli di consumo. Milano è una “taste-city”, un luogo dove si viene a "gustare" qualcosa, sempre più proiettata alla dimensione dell’effimero. Tutto ciò che resta fuori da questa dimensione viene vissuto come il costo sociale che serve a sostenere alla base questa società immateriale.
Ecco perché, esattamente come avviene già a Roma, man mano si farà largo anche qui il modello di una città "concentrica", vissuta al centro da chi non vi risiede, e ai margini da chi vi abita. È il destino di un Paese in cui la storia è finita, la politica è compravendita di favori, e tutti aspirano a passare dall’altra parte, nella sfera di chi sta in mezzo e viene guardato, contrapposto di chi è ai lati e deve accontentarsi di "guardare".
La società italiana è diventata uguale alla televisione: non importa dove e con chi la guardi, l’unica cosa che conta è quanto il suo immaginario riesca a "risucchiarti" e a paralizzarti nella tua posizione di cittadino/spettatore. Da giornalista, non vado alle conferenze stampa. Da consumatore, non compro nei negozi del centro. Da animale sociale, non vado nei locali che contano. A Milano, scelte e necessità mi relegano necessariamente ai margini. Molto meglio poterla guardare a distanza, tuffarmici ogni tanto, costruire i miei percorsi, i miei luoghi, incontrare le persone con cui ho voglia d’incontrarmi, non quelle che mi sono imposte della frequentazioni sociali.
Penso all’Unità d’Italia, che l’anno prossimo festeggia il 150°, e mi chiedo, con un pizzico d’autoironia, se tutto ciò non corrisponda troppo a un’idea di “società carbonara”. Ma, alla fine, l’unica cosa che mi sento di "raccomandare" è provare a scindere la domanda “dove andrai a vivere?” in due risposte.
“Dove andrai?” “Non lo so”.
“Dove vivrai?” “A Milano, anche se non ci starò. È solo staccandomela dalla pelle che potrò tornare a osservarla, a pensarla criticamente, a immaginarla diversa da come hanno deciso di farla diventare”.
L’immaginazione è oggi l’unico luogo "politico" che ci è rimasto. È un luogo in movimento, e che non guarda necessariamente al centro. Nel nuovo profilo estetico della città, determinato dall’ondata recente di speculazione edilizia, quel che mi colpisce è l’utilizzo a profusione del vetro. Milano è diventata una città-specchio, una città-camerino.
A questa città di Narciso è meglio sostituire il paradigma dell’invisibilità. Milano è quello che non si vede. Per favore, milanesi, spegnete tutti una buona volta quella televisione che avete nell’anima.
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