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Province e (troppi) piccoli Comuni

Aiutano a gestire il territorio o alimentano solo la burocrazia e la spesa pubblica?

10/06/2010 - 10:24

Qualche giorno fa discutevamo in un altro editoriale di MilanoWeb della necessità di fronteggiare la crisi iniziando noi stessi da piccole azioni quotidiane, come quella di risparmiare sul cibo.

Oggi, dunque, torniamo sull'argomento affrontando il tema delle regioni e delle province. Pensando, infatti, di agire finanziariamente e istituzionalmente su questi enti, lo Stato potrebbe realmente riuscire a ridimensionare le difficoltà finanziarie che stanno "attanagliando" il Paese, magari anche solo "riordinando" l'organizzazione territoriale, senza interventi "drastici".

Partiamo dalla notizia del giorno. I dati ufficiali della manovra finanziaria parlano di un "alleggerimento" delle casse regionali lombarde del 30%: ben 1,5 miliardi in meno all'anno su un bilancio autonomo di 5 miliardi.

La Sanità non verrà toccata, ma ne risentiranno trasporti, scuola, politiche per l'ambiente.

Laconico il commento del Governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, secondo il quale "la manovra pesa in modo eccessivo sulle regioni e in misura del tutto sproporzionata rispetto agli altri comparti dello Stato. Dei 25 miliardi complessivi, quasi il 50% impatta pesantemente sulle regioni".

Con ciò torna a stuzzicare l'opinione pubblica e l'intellighenzia nazionale il mai sopito problema delle province, analizzato - in negativo - per la prima volta addirittura da Francesco Crispi, già nell'Ottocento.

Le province a cosa servono "praticamente"?
Potrebbe il loro annullamento favorire l'economia nazionale alleggerendo la spesa dello Stato?

Domande ancora senza risposta che, però, potrebbero averla a breve, considerato che ieri la Camera ha approvato un emendamento del relatore al disegno di legge sulla Carta delle Autonomie, Donato Bruno (PdL), secondo il quale non possono esistere province con meno di 200.000 abitanti.

In sintonia Lega e PdL, contro, l'Opposizione.

Quattro le province nel mirino dei politici: Vercelli (180.000 abitanti), Isernia (88.000), Fermo (176.000), Vibo Valentia (167.000). A proposito dell'abolizione di Vibo Valentia interviene Giuseppe Scopelliti, presidente della Regione Calabria: "O sarà un sacrificio per tutti far venir meno le province, oppure non si può pensare solo a quattro o cinque province".

Fino a ieri la situazione era leggermente "diversa" e si riferiva all'abolizione di 11 province, tutte sotto i 220.000 abitanti: Biella, Massa Carrara, Ascoli Piceno, Fermo, Rieti, Isernia, Matera, Crotone, Sondrio, Vercelli e Vibo Valentia.

Le cose però sono "cambiate": con le nuove mosse governative, infatti, ritornano in auge le province caratterizzate da un territorio per il 50% montano.

Formigoni, dunque, è intervenuto anche su questo tema dicendo che non serve "abolire quelle al di sotto dei 220.000 abitanti, ma solo quelle inefficienti". Cita il caso della provincia di Lodi, piccola ma efficientissima.

Poi auspica che "Regione, province e comuni possano esprimersi con una voce concorde e che la manovra possa e debba essere modificata nel dialogo con il Governo che parte giovedì (oggi - Ndr)".

Il deputato del PD, Luigi Bobba, polemizza dicendo che non capisce il motivo per cui "l'asticella per la salvezza" sia stata posta a 200.000 abitanti e non, per esempio, a 300.000 o a 150.000. Non si percepiscono i "criteri" di questa scelta. Chiare, tuttavia, le sue parole: "In commissione abbiamo votato contro, in aula faremo lo stesso".

Mentre Lorenzo Piccioni, senatore del PdL, dice che è necessario "rimediare all'errore del '92".

Molti anche gli esponenti mediatici contrari alla realtà delle province.

"Le province sono enti superflui e troppo spesso privi di impatto, le cui competenze potrebbero essere agevolmente ripartite fra regioni e comuni", racconta Teresa Petrangolini, segretario generale di 'Cittadinanzattiva'.

Sul 'Corriere', Carlo De Corato, patron di 'Cantine Rivera' di Andria dice invece che "non c'è bisogno delle province per tutelare gli interessi di un territorio. Una nuova provincia alla fine è solo un immenso nuovo apparato burocratico in più".

Sull'argomento interviene perfino Alessandra Ghisleri, sondaggista del premier (oggi sulla rivista 'A'): "La provincia è un ente lontano dalla gente. Il comune è vicino. La piazza del municipio si sa dove sta. Il sindaco lo incontri al bar. È un punto di riferimento. Come lo è il presidente di Regione". Spesso le province vengono definite "uffici di collocamento della partitocrazia".

Secondo l'Istituto Eurispes ci sarebbe la possibilità di risparmiare 10 miliardi di euro all'anno se si potessero abolire le province.

Intanto, nel biennio 2011-2012, sono previsti 800 milioni in meno per gli enti provinciali.

Comunque vadano le cose, non sarà facile cambiare la "geografia politica" del Bel Paese. Perlomeno ci vorrà del tempo. Il parlamentare della Lega Gianluca Buonanno è stato fin troppo eloquente: "Prima che questo iter parlamentare si concluda arriveremo a fine 2010; poi per entrare in vigore ci vorranno almeno un paio d'anni, quelli previsti dal codice delle autonomie".

Forse terminerà prima la legislatura in corso, in attesa delle votazioni del 2011.

In pratica: Vercelli e le altre province rimarranno "tali" almeno fino al 2016. E non è da escludere che in questo ampio arco temporale possa ancora cambiare... tutto!

Per quanto riguarda la Lombardia, vogliamo ricordare ai nostri lettori che in questo momento la Regione è rappresentata da 12 province (che, allo stato delle attuali notizie, non verrebbero intaccate dalla manovra in atto): Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Lecco, Lodi, Mantova, Milano Monza e Brianza, Pavia, Sondrio e Varese.

La più popolosa è la provincia di Milano con 2.975.637 abitanti.

La meno popolosa è quella di Sondrio con 176.856 abitanti.

Bergamo è la provincia con il più alto numero di comuni: se ne contano 244.

A seguire ci sono quella di Brescia, con 106 comuni, e quella di Pavia con 190 comuni.

Nella provincia di Milano i comuni sono 139.

La Lombardia è una delle regioni con il maggior numero di comuni con meno di 5.000 abitanti. Su un totale di 1.545 comuni, ben 1.152 (il 75%) hanno una popolazione inferiore ai 5.000 abitanti. Sicché 1 lombardo su 4 vive in un piccolissimo centro.

Forte la voce di chi rema per la salvaguardia dei piccoli centri, ritenuti "angoli incantati" del nostro patrimonio geografico e culturale. Secondo Legambiente sono circa 4.000 i prodotti tradizionali e in gran parte deriverebbero da piccoli comuni.

Da questi centri proviene il 99,5% dei prodotti tipici certificati e il 79% dei vini pregiati.

Grazie ai piccoli comuni si ha una gestione più efficace del territorio con azioni di bonifica di luoghi e aree soggette per esempio a frane o alluvioni. Secondo Coldiretti il 51% degli italiani vorrebbe vivere in un piccolo comune, dove migliore è la qualità della vita e c'è più sicurezza; mentre solo il 17% degli italiani desidera vivere in una metropoli.

Ma c'è anche chi pensa che sarebbe possibile accorpare i comuni troppo piccoli. Fra questi, Franco Frattini. I micro comuni? "Si possono aggregare", ha dichiarato in questi giorni l'attuale Ministro degli Affari Esteri. Qualcosa del genere mi diceva, ieri al telefono, anche il nostro editore, secondo lui "consorziare", con una ratio di logistica territoriale, alcuni enti locali, potrebbe garantire "migliori", in termini di velocità e qualità di "risposta", servizi, con funzionari più preparati ed aggiornati. Enormi "differenze" ci sarebbero, sempre in "meglio", nella gestione delle infrastrutture, da quelle sanitarie fino allo sport o alla sicurezza, anche grazie al grande supporto offerto dai moderni mezzi informatici.

Autore: Gigro
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